Stufa a pellet contesa, la lite finisce a sprangate e minacce: arrivano i carabinieri

Era stata lasciata come “pegno” per i mesi di affitto non pagati ma ora pretendevano di riprendersela: due nei guai. Denunciato anche un imprenditore che ha pagato 74 tonnellate di pellet con un assegno fasullo

Il freddo dà alla testa, forse come e più del caldo. E stufe per scaldarsi e pellet sono i punti in comune di due distinti interventi portati a termine dai carabinieri di Terni.

Il primo, ieri pomeriggio, quando i militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Terni sono intervenuti per una lite in corso tra due italiani ed un cittadino romeno. L’oggetto del contendere era una stufa in pellet che uno dei due italiani aveva lasciato all’interno di un’abitazione di cui era stato affittuario, come pagamento per le ultime mensilità al locatore, e che pretendeva di recuperare dal cittadino romeno, attuale affittuario.

All’arrivo dei militari, i due italiani - di 30 e 34 anni, noti alle forze dell’ordine - muniti di una spranga di ferro, dopo aver minacciato l’attuale locatario dell’appartamento ed aver sfondato la porta, si erano già introdotti all’interno dell’abitazione ed erano riusciti ad impossessarsi della stufa. Entrambi, riportati alla calma dai Carabinieri intervenuti, sono stati denunciati per minaccia, danneggiamento ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose.

Attualmente i militari stanno verificando la regolarità dei pagamenti dei canoni di locazione pregressi al fine di stabilire la proprietà della stufa.

I carabinieri della Stazione di Papigno, al termine di un’accurata attività di indagine, hanno invece denunciato per truffa aggravata, sostituzione di persona, ricettazione e falso materiale commesso da privato, un 55enne, titolare di una ditta di Roma che a gennaio 2020 aveva acquistato un carico di pellet di 74 tonnellate da una ditta di Terni. L’imprenditore, con alle spalle qualche precedente penale, aveva acquistato il materiale per il valore di oltre 6mila euro, pagandolo con un assegno risultato smarrito e firmandolo a nome e per conto di una società all’interno della quale non risultava avere alcun ruolo.

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