Mercoledì, 17 Luglio 2024
Cronaca

Una forchetta di plastica affilata nascosta tra le dita di una mano, i dettagli dell’aggressione nel carcere di Terni

Protagonista dell’episodio di violenza un detenuto brindisino, già accusato di avere minacciato due magistrate e un giornalista. La ricostruzione

La detenzione in carcere non basta a fermare la violenza di Pancrazio Carrino. L’ennesima dimostrazione è arrivata nei giorni scorsi, quando il 42enne di San Pancrazio Salentino (Brindisi) ha aggredito fisicamente una giudice: si è scagliato contro di lei impugnando il manico di una forchetta di plastica affilato che aveva nascosto tra le dita della mano.

L’episodio si è verificato nel carcere di Terni durante l’interrogatorio di garanzia disposto per rogatoria dal gip del tribunale di Potenza, Antonello Amodeo, firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare proprio nell’ambito dell’inchiesta sulle intimidazioni e la violenza, con l’aggravante mafiosa, nei riguardi della gip Maria Francesca Mariano e della pm della Dda Carmen Ruggiero e, in un caso, del direttore di Telenorba Vincenzo Magistà.

Insomma, dopo le lettere con minacce di morte e la testa di capretto e un coltello lasciati sotto casa della prima, proprio mentre era dietro le sbarre, e quindi attraverso aiuti “esterni” e ancora ignoti, stavolta Carrino è riuscito a procurarsi e nascondere un’arma rudimentale senza che nessuno se ne accorgesse e a utilizzarla contro un amministratore della giustizia.

A rimarcare la notizia è anche la procura generale di Perugia, guidata da Sergio Sottani, in una nota in cui si spiega: “L’immediato intervento del personale di polizia ha evitato peggiori conseguenze che sarebbero potute scaturire dal violento attacco”. A seguito dell'accaduto, l’udienza è stata sospesa, e l’uomo è stato denunciato alla procura della Repubblica di Terni, che coordina le indagini condotte dalla polizia penitenziaria.

Con tale condotta questo individuo ha sciolto ogni dubbio riguardo all’ipotesi (che di recente si era fatta largo) di un suo possibile pentimento, rincarando anzi la dose del suo odio nei riguardi delle due professioniste, vero "bersaglio" anche dell'ultima azione, perché ritenute responsabili di averlo disonorato, avendo fatto riferimento nelle carte dell'inchiesta "The Wolf" (in cui risponde di associazione mafiosa) a un episodio di violenza sessuale, di cui è ritenuto artefice, ma che non gli viene contestato.

Certo è che la vicenda è allarmante e mette a nudo una questione la cui risoluzione non può essere rinviata ancora, quando qualcuno ci avrà rimesso la pelle: l’insicurezza nelle carceri.

L’inadeguatezza dei controlli, scaturita prevalentemente dalla carenza di organico della polizia penitenziaria, non può che facilitare l’ingresso di sostanze stupefacenti e micro cellulari e consentire a detenuti pericolosi come Carrino la possibilità di avvalersi di “emissari” o di impugnare personalmente il manico di una forchetta o un punteruolo contro la giudice “scomoda” di turno.

I precedenti episodi

Non è la prima volta che il 42enne si procura un’arma in carcere con l’intenzione di aggredire un magistrato. Lo scorso agosto, quando era ancora detenuto nel carcere di Lecce (nell’ambito dell’operazione “The Wolf”) Carrino avrebbe brandito un oggetto metallico tagliente per impedire al personale della polizia penitenziaria di riportarlo in cella, dopo l’ora d’aria, e avrebbe consegnato a uno degli ispettori, in occasione dell’interrogatorio con la giudice Mariano, il punteruolo e un foglio dove era riportato il nome di quest’ultima.

In un’altra circostanza, fingendo di voler collaborare con la pm Ruggiero, nascose una lama rudimentale tra le natiche con l’obiettivo di sgozzarla in occasione dell’interrogatorio. Ma il piano fallì perché l’arma fu trovata e sequestrata dai carabinieri.

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