Neonato abbandonato, interrogatorio in carcere per la mamma: non sono un’assassina

Sentita a Capanne la ragazza ternana accusata dell’omicidio del figlio appena nato. Le mosse della difesa: incidente probatorio e perizia psichiatrica. Chiesta la sostituzione della misura cautelare

Il carcere di Capanne

Accusa e difesa restano su posizioni diametralmente opposte. La tesi della procura – le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Barbara Mazzullo - confermata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Terni, Natalia Giubilei, si poggia su tre pilastri: freddezza, lucidità e crudeltà.

L'ordinanza che inchioda Giorgia

Giorgia, la mamma accusata del più atroce dei delitti, ossia avere ucciso (“omicidio volontario” è il capo di imputazione) il figlioletto appena nato abbandonandolo chiuso in una busta di plastica nel parcheggio di un supermercato, ripete la sua versione dei fatti: “L’ho abbandonato, ma non volevo ucciderlo”.

Il ritratto: dai sogni all’abisso, così una madre si trasforma in assassina

Dopo la seconda notta in cella di isolamento, guardata a vista dagli agenti della polizia penitenziaria della sezione femminile del carcere perugino, la ragazza ternana di 27 anni è stata sottoposta all’interrogatorio di garanzia. Le carte in tavola non cambiano e difficilmente verrà accolta la richiesta avanzata dal legale della giovane, Alessio Pressi, di “sostituire la misura cautelare in carcere con i domiciliari in una struttura protetta”. Il tentativo è però d’obbligo, anche a tutela delle condizioni psicologiche della 27enne che appare “molto provata”. Così come sono d’obbligo altre strade che la difesa sta ipotizzando in vista del processo che, alla luce dei fatti, vedrà una sola protagonista. Col passare dei giorni sembra infatti trovare sempre più conferma la tesi accusatoria in base alla quale la ragazza avrebbe fatto tutto da sola, nascondendo la gravidanza al compagno e alla famiglia “allargata”, partorendo ancora in solitudine e dunque decidendo in autonomia la sorte del figlio.

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È però su questo passaggio che si svilupperà la battaglia processuale. L’avvocato Pressi richiederà una perizia psichiatrica, a patto che individui un professionista pronto a farsi carico del notevole impegno (sembra che due psichiatri già contattati, abbiano rifiutato l’incarico). E chiederà che questa avvenga in sede di incidente probatorio, così da trasformarla in prova in fase di udienza. Con la possibilità, ancora, di richiedere riti alternativi. La contestazione della procura, assieme all’aggravante dell’aver commesso il fatto contro un discendente, lasciano aperta la possibilità della pena più grave: l’ergastolo. Chiudere la vicenda processuale con formule abbreviate consentirebbe di accedere a un qualche sconto di pena. Anche se, ormai, fuori o dentro dal carcere, la vita di Giorgia è probabilmente segnata in maniera irreparabile.  

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