Soldi sporchi, Terni “lavanderia” dell’Umbria: segnalate 282 operazioni “sospette”

Cosi le organizzazioni criminali cercano di ripulire gli incassi delle attività criminali. Città in controtendenza rispetto ai dati della regione: il dettaglio della situazione

In Umbria nel 2019 sono state segnalate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia 973 operazioni sospette, 33 in meno rispetto alle 1.006 del 2018 (-3,3%). Per quanto riguarda il dato provinciale, Terni precede Perugia nella classifica delle segnalazioni: 260 nel 2018 e 282 nel 2019 (+8,5%) ossia 125 ogni centomila abitanti. Perugia fa registrare 691 operazioni sospette nel 2019 rispetto alle 746 del 2018 (-7,4%). Rispetto alla media nazionale (+7,9%), Terni si piazza più alto mentre Perugia si ferma appena prima.  

L’allarme lo lancia l’Ufficio studi della Cgia – Associazione artigiani e piccole imprese -  di Mestre: nel 2019 sono state segnalate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia oltre 105mila operazioni sospette di riciclaggio: record mai toccato prima.  Si tratta di presunti illeciti compiuti in massima parte da organizzazioni criminali che cercano di reinvestire in aziende o settori “puliti” i proventi economici derivanti da operazioni illegali. Nel primo quadrimestre 2020, inoltre, la Uif ha ricevuto 35.927 segnalazioni, con un incremento del 6,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. 

Nel 2019 oltre 105mila segnalazioni, il 99% riguarda attività di riciclaggio

Tra il 2009 ed il 2019 le segnalazioni sono aumentate di oltre il 400 per cento. Se nel 2009 erano 21.066, l’anno scorso hanno raggiunto la quota record di 105.789. Tra le 105.789 comunicazioni arrivate l’anno scorso alla Uif, 104.933 (pari al 99,1 per cento del totale) hanno riguardano operazioni di riciclaggio. Pochissime, invece, le “denunce” che hanno interessato la presunta attività di terrorismo e proliferazione di armi di distruzione di massa.

La mappa degli illeciti

A livello territoriale, le Regioni più “colpite” nel 2019 sono state la Campania (222,8 segnalazioni ogni 100mila abitanti), la Lombardia (208,1) la Liguria (185,3) e la Toscana (184). Le realtà meno interessate, invece, sono state l’Abruzzo (115,7 ogni 100 mila abitanti), l’Umbria (110,3) e la Sardegna (86,6). Rispetto al 2018, Sicilia (+26,3 per cento), Molise (+23,8 per cento) e la Basilicata (+17,4 per cento) sono state le realtà che hanno registrato le variazioni percentuali di crescita del numero di segnalazioni più importanti. Infine, le uniche regioni in controtendenza sono state il Piemonte (-0,5 per cento), la Toscana (-1,6 per cento), l’Umbria (-3,3 per cento) e la Valle d’Aosta (-4,3 per cento).
A livello provinciale, le realtà che nel 2019 hanno registrato il più alto numero di segnalazioni ogni 100mila abitanti sono state Prato (344,6 ogni 100 mila abitanti), Milano (337,1), Imperia (275,9), Napoli (270,7), Trieste (235,8), Parma (225) e Caserta (209,4). Quelle meno investite, invece, riguardano L’Aquila (76,9), Chieti (75), Nuoro (46,5) e il Sud Sardegna (45,9). La media nazionale è stata pari a 175,3 ogni 100 abitanti.

Le organizzazioni criminali fatturano 170 miliardi all’anno

“Secondo una nostra stima su dati della Banca d’Italia – dichiara il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – ammonta a circa 170 miliardi di euro l’anno il fatturato ascrivibile all’economia criminale presente in Italia. Praticamente, lo stesso Pil della Grecia. Va segnalato, in base alle definizioni stabilite a livello internazionale, che questo importo non include i proventi economici provenienti da reati violenti - come furti, rapine, usura ed estorsioni - ma solo da transazioni illecite caratterizzate dall’accordo tra un venditore e l’acquirente. Come, ad esempio, il contrabbando, il traffico di armi, le scommesse clandestine, lo smaltimento illegale dei rifiuti, il gioco d’azzardo, la ricettazione, la prostituzione e la vendita di sostanze stupefacenti”.

 La conferma dell’importanza del giro d’affari delle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Uif, struttura presente all’interno della Banca d’Italia. Stiamo parlando delle operazioni economico-finanziarie sospette “denunciate” a questa unità da parte degli intermediari finanziari (istituti di credito, uffici postali, notai, commercialisti, gestori di sale giochi, società finanziarie, assicurazioni, etc.). Le principali forme tecniche che nel 2019 hanno originato le segnalazioni alla Uif, ad esempio, hanno riguardato, in particolar modo, i bonifici nazionali, i money transfer e le transazioni avvenute in contanti.

L’economia criminale: unico settore che non conosce crisi

“È evidente – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – che le organizzazioni che gestiscono queste attività criminali hanno la necessità di reinvestire i proventi nell’economia legale. Ed è molto importante che in sede di controllo le autorità preposte siano in grado di distinguere bene il capitale dell’azienda da quello di provenienza sospetta, al fine di evitare commistioni che potrebbero generare, in fase di istruttoria, dei pericolosi fraintendimenti. Il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2019, comunque, è un segnale molto preoccupante. Pur non conoscendo il numero delle segnalazioni archiviate dalla Uif e nemmeno la dimensione economica di quelle che sono state successivamente prese in esame dalla Dia o dalla polizia valutaria, abbiamo il sospetto che l’aumento delle segnalazioni registrato in questi ultimi anni dimostri che l’economia criminale è l’unico settore, in tutto il Paese, che non ha risentito della crisi”. 

Meno soldi dalle banche, più ricorso al credito “facile”

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Secondo l’Ufficio studi della Cgia, l’aumento delle segnalazioni di riciclaggio potrebbe trovare una sua “giustificazione” nel fatto che in questi ultimi anni gli impieghi bancari vivi alle imprese hanno subito una contrazione molto forte. Pertanto, non è da escludere che, avendo ricevuto molti meno soldi dagli istituti di credito, tanti imprenditori, soprattutto piccoli, si siano rivolti a coloro che potevano erogare del credito con una certa facilità.  Tra il giugno del 2011 (picco massimo di erogazione dei prestiti bancari alle imprese) fino allo stesso mese di quest’anno, infatti, le aziende italiane hanno subito una stretta creditizia pari a 250,5 miliardi di euro (-27 per cento).  Se nelle realtà economiche con più di 20 addetti la riduzione è stata pari a 196,7 miliardi (-26,1 per cento), nelle piccolissime attività con meno di 20 addetti la diminuzione è stata di 53,8 miliardi (-30,8 per cento).

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