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Lunedì, 26 Febbraio 2024
Cronaca

Canapa “light”, ma non troppo: la polizia chiude un negozio nel centro di Terni

Il provvedimento del questore dopo le indagini dell’antidroga: il titolare dell’attività commerciale avrebbe spacciato all’interno del locale, anche a studenti di un istituto superiore della città

Le indagini degli agenti della sezione antidroga della squadra mobile di Terni hanno portato il questore, Bruno Failla, a chiudere per quindici giorni un negozio di canapa indiana nel centro della città.

Il provvedimento è stato preso in base alle disposizioni dell’articolo 100 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che prevede la sospensione della licenza nei confronti del titolare del negozio, un ternano di 31 anni.

La vicenda è iniziata a metà novembre quando un’operazione della squadra mobile aveva portato alla denuncia dell’uomo per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Gli agenti della quarta sezione antidroga, durante un servizio finalizzato alla prevenzione e al contrasto di sostanze stupefacenti, avevano notato che nel locale del 31enne entravano persone gravate da pregiudizi di polizia per spaccio e uso di sostanze stupefacenti, oltre a gruppi di giovani, ancora con gli zaini a tracolla, appena usciti da un istituto scolastico superiore, ubicato nei pressi.

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Nel corso di un’attività di indagine, coordinata dalla procura della Repubblica, i poliziotti dell’antidroga hanno rinvenuto, all’interno dell’attività commerciale, un ingente quantitativo di sostanza stupefacente, risultata positiva alla presenza di cannabinoidi e derivati della canapa indiana. Inoltre, sempre secondo le indagini, un cliente appena uscito dal negozio era stato trovato in possesso di un involucro contenente un cilindro di sostanza solida marrone che, analizzato dalla polizia scientifica, aveva dato esito positivo per la presenza di cannabinoidi. L’attività della polizia giudiziaria era proseguita con la perquisizione a casa del 31enne, dove era stata rinvenuta altra sostanza illegale.

“È stato accertato che i reati sono stati commessi all’interno dell’esercizio commerciale dallo stesso esercente – spiega una nota della questura - verosimilmente anche al fine di poterli commettere indisturbatamente in un luogo insospettabile in quanto attività autorizzata alla vendita di prodotti derivati dalla cannabis, ponendo in essere condotte antigiuridiche … tenute proprio da chi, invece, dovrebbe essere chiamato a tenere comportamenti che evidenzino elevate qualità morali e affidabilità nell’esercizio del commercio”.

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