Morti "invisibili", il mistero dei cadaveri senza volto

Pishko innamorato di Elina e la ragazza dai pantaloni a fiori: le storie dei morti che nessuno reclama

Agenti di polizia

È una calda serata di fine maggio. Marito e moglie approfittano del clima tiepido per una passeggiata, qualche chiacchiera, una risata. Poi la donna si ferma. Fissa lo sguardo sulla massicciata della ferrovia. I rumori della città si paralizzano, come il suo cuore. Laggiù c’è qualcosa di strano. Si avvicinano ma non troppo. I passi sono lenti, circospetti. Poi si bloccano di colpo. Lei fa uno scatto, si volta indietro. Lui infila la mano in tasca, prende il cellulare e chiama il 113. In pochi minuti il blu dei lampeggianti illumina la notte della prima periferia della città dell’acciaio. Sui binari c’è un cadavere. Non si sa niente di più: soltanto che – presumibilmente – la causa della morte è dovuta all’investimento ferroviario.

Il primo dei morti “invisibili” finiti da Terni al registro dei cadaveri non identificati, che sarà istituito tre anni dopo, nel 2007, dal ministero dell’interno e che viene gestito dal commissario straordinario di governo per le persone scomparse, all’interno del quale vengono inseriti i “connotati salienti, le condizioni del cadavere, le probabili cause del decesso, il prelievo del campione biologico, foto e altri elementi che possono essere ritenuti utili alla sua identificazione”.

“A morte i musulmani”

Esattamente sei anni dopo – è il 22 maggio del 2010 – il fiume Nera restituisce il cadavere di Pishko. O almeno, gli inquirenti ritengono che questo sia il suo nome. Perché all’altezza della spalla sinistra notano un tatuaggio. È scritto in curdo ed in arabo e la traduzione dovrebbe essere, appunto, “Pishko ed Elina”. Poco sotto, di scritta ce n’è un’altra. Ancora in arabo e curdo: “A morte i musulmani”, mentre dalla parte opposta ci sono tatuati un elefantino ed un “tribale”. La scheda informativa redatta dagli investigatori dice che l’uomo ha un’età apparente fra i 30 ed i 40 anni ed indossava “jeans, un pullover grigio chiaro, una camicia di cotone con righe nere e marrone di marca Oviesse” e “scarpe ginniche blu di marca Kronos”. Niente di più.

La maledizione del “22”

C’è ancora un “22”, quasi a disegnare un filo nero che traccia i contorni di chi contorni non ne ha più. Il 22 settembre del 2010 spunta un altro cadavere, affiora dalla diga di Santa Maria Magale. Non ha con sé documenti né altri elementi che possano aiutare ad identificarlo. Di una cosa, però, gli investigatori sono certi. Nella scheda che accompagna quest’altro “invisibile” c’è infatti scritto che ha 55 anni. Altri numeri certi: è alto un metro e 78 centimetri, pesa 90 chilogrammi. Capelli brizzolati, indossa scarpe, calze, pantaloni, cinta, maglietta, camicia e maglione. Nessuno si è ancora fatto avanti per dargli un nome.

Gli ultimi fiori

Il filo nero degli invisibili si allunga per altri sei anni, fino al settembre del 2016. E si ferma laddove aveva cominciato a srotolarsi. C’è ancora una massicciata e c’è ancora una ferrovia. Le ombre della città sono lontane e in un silenzio quasi irreale, fra rovi ed erbacce, spicca il lilla di alcuni fiori. Sono disegnati e stampati su un paio di short neri. La stoffa è strappata, sporca di sangue. Così come una magliettina rosa a maniche corte, che lascia appena intravedere il turchese del reggiseno. Il referto post-mortem parla di “shock metatraumatico da investimento ferroviario”. La vittima è una ragazza di 20/24 anni. La pelle è scura, i capelli corti e neri, gli occhi castani. Sul padiglione dell’orecchio destro spicca un orecchino di colore giallo. Gli investigatori hanno prelevato tracce di dna nella speranza che la scienza potesse parlare, suggerire qualcosa. Ma c’è stato soltanto silenzio. 

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