Cronaca

Caso Corvi, la “pista” di Prato e i sospetti sull’ex amante: “Ci sono due persone che sanno la verità e coprono tutto”

Dalle carte del Riesame spunta anche la titolare di un locale di Terni che “era a conoscenza della relazione” extraconiugale della giovane mamma amerina e l’avrebbe aiutata “ad allontanarsi, disponendo di un appartamento” in Toscana

Leggere a fondo l’ordinanza con cui il tribunale del riesame di Perugia ha scarcerato Roberto Lo Giudice, arrestato a fine marzo con l’accusa di avere ucciso e fatto sparire il cadavere di Barbara Corvi, la giovane mamma di Amelia scomparsa alla fine dell’ottobre del 2009, consente anche di ipotizzare piste “alternative” sulle quali si potrebbero essere sviluppati i fatti. O almeno, sembra essere questo uno degli obiettivi dei giudici del Riesame che hanno ritenuto non ci fossero gravi indizi di colpevolezza per tenere Lo Giudice dietro le sbarre.

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I magistrati non dicono soltanto che nei confronti dell’ex marito della Corvi mancano delle prove concrete ma sottolineano come non si siano “diradati i sospetti” sull’ex amante della donna, sparita nel nulla quando aveva 35 anni.

E se – ovviamente – sono centrali i passaggi in cui il Riesame analizza gli esiti dell’indagine della procura della Repubblica di Terni, non mancano le sottolineature sul “ruolo” avuto nella vicenda dall’ex amante.

Si parla ad esempio del “caso” delle cartoline indirizzate ai figli di Barbara, Salvatore e Giuseppe, che sarebbero state spedite dalla donna da Firenze e recapitate il 5 e 6 novembre 2009, poi sequestrate dagli inquirenti il successivo 27.

Le perizie grafiche effettuate sulla corrispondenza, hanno evidenziato che la scrittura non era sicuramente quella di Barbara, ma non era neanche di alcuno dei suoi familiari.

“In particolare, la conclusione del consulente tecnico della procura è nel senso che nelle scritture in comparazione sono presenti soltanto pochi elementi rilevabili nelle scritture in verifica, riconducibili a parti di lettere, pertanto non è possibile attribuire alle suddette persone le scritture sulle cartoline. Quanto affermato non consente tuttavia di escludere, in via ipotetica, che i soggetti sopra detti siano comunque in grado di produrre le scritture in verifica, dal momento che la gestualità grafica di tutte le comparative, nelle capacità grafomotorie che presentano, con il relativo ambito di variabilità, è tale da consentire, con un irrigidimento artificioso della mano, di produrre scritture artefatte, impersonali, anche con movimenti fonnativi delle singole lettere inventati rispetto a quelli abituali”.

Rilevante non è però tanto il passaggio sulle cartoline, quanto la considerazione del Riesame per la quale “se infatti appare comprovato che le predette cartoline non siano state sottoscritte e spedite da Barbara Corvi, alcun elemento individualizzante depone nel senso della riconducibilità dell’iniziativa a Roberto Lo Giudice. Al contrario – dicono i magistrati - sono emersi taluni dati indiziari che militano nel senso della riconducibilità della condotta” all’ex amante.

A tal proposito, i giudici riprendono un verbale di sommarie informazioni datato 4 dicembre 2009 e che ha come protagonista una amica della Corvi che ha raccontato agli inquirenti “di aver ricevuto, sulla propria utenza cellulare, una telefonata in data 27 novembre 2009, intorno alle ore 23. L'interlocutore aveva richiesto di parlare con lei ed il marito, che aveva risposto al telefono, aveva su sua richiesta riferito che lei non era presente. Il mattino successivo era stata nuovamente contattata dalla predetta utenza. L’interlocutore, presentatosi come (…) le aveva chiesto notizie in merito a Barbara Corvi. Non essendo a conoscenza dell’intervenuta scomparsa della stessa”, la donna “si era stupita della domanda rivoltale ed aveva suggerito all’interlocutore di rivolgersi ai familiari della donna. Il giorno successivo, avendo appreso” dal figlio della Corvi della scomparsa, la donna contatta l’ex amante “il quale le aveva riferito della relazione intrattenuta da circa 4 mesi con Barbara Corvi, che conosceva da circa 15 anni”.

“Nel medesimo frangente – ricostruiscono ancora i giudici - la donna ha riferito di come l’ex amante le avesse inviato un messaggio con il quale le riferiva testualmente: ci sono due persone che sanno la verità e coprono tutto”.

Ancora, in una conversazione telefonica, la donna aveva ricevuto dall’ex amante la confidenza per la quale l’uomo “le aveva riferito di essere persuaso che la titolare” di un locale di Terni “che era a conoscenza della relazione da lui intrattenuta con Barbara Corvi, avesse aiutato quest’ultima ad allontanarsi, disponendo di un appartamento in Prato”. L’uomo le aveva infine “richiesto espressamente di non divulgare tali informazioni e di non riferirle agli inquirenti”.

Nelle quotidiane conversazioni telefoniche, l’amante aveva inoltre riferito alla donna che il 2 novembre si trovava a Firenze, “dove si era recato per cercare Barbara Corvi, intimandole di non spargere la voce e soggiungendo di essere certo che il suo telefono cellulare fosse sotto controllo, cosicché l’avrebbe successivamente contattata (come effettivamente risulterà dagli atti) avvalendosi di una diversa utenza cellulare”.

“Se pertanto emerge dagli atti un collegamento quantomeno afferente alla localizzazione geografica, tra la figura” dell’ex amante “e l’episodio relativo all’inoltro delle cartoline apocrife – scrive il Riesame - al contrario, non vi sono elementi idonei a suffragare alcun collegamento tra Roberto Lo Giudice e la spedizione delle indicate cartoline, anche in considerazione della circostanza che lo stesso risulta essersi trattenuto in Amelia durante i giorni di interesse”.

Diverse pagine dell’ordinanza sono inoltre dedicate al messaggio che Barba Covi avrebbe inviato tramite messenger alle 16.27 del 26 ottobre 2009 “con il quale la stessa aveva manifestato intenti suicidari a fronte dell’intervenuta scoperta dell’adulterio da parte del marito”.

Gli inquirenti ritengono che questo messaggio sia stato costruito ad arte da Lo Giudice per crearsi lalibi di una scelta volontaria da parte della moglie e sia stato inviato dal fratello Maurizio – indagato nello stesso procedimento – che in più occasioni avrebbe avuto accesso da remoto sul computer di Barbara, cancellando file e scoprendo password.

“Non può essere sottaciuto che, come evidenziato dai difensori nel corpo della relativa memoria, il consulente tecnico incaricato dell’analisi del dispositivo – spiega il Riesame - non ha rinvenuto, scandagliando la memoria fisica dei dispositivi informatici alcuna traccia dell’inoltro del messaggio”.

Intenzioni suicide che la Corvi avrebbe manifestato già in passato sia all’ex amante – al quale avrebbe detto che “si sarebbe suicidata non appena il figlio avesse compiuto 16 anni” e a una delle sorelle che “ha riferito agli inquirenti di come, a seguito della discussione intervenuta con il marito il giorno antecedente alla scomparsa, alla presenza dei genitori di lei, quest’ultima le avesse riferito di come, a seguito della scoperta della relazione intrattenuta con (…) il marito non l’avrebbe mai perdonata e lei sarebbe stata costretta a condurre una vita ancor più restrittiva di quanto già fosse”. La sorella ha aggiunto ancora che “presa dallo sconforto Barbara le disse che l’avrebbe fatta finita o sarebbe fuggita per evitare ulteriori problemi”.

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