Rapita, uccisa e fatta sparire: le “verità” nascoste sul caso di Barbara Corvi

Ecco le “ipotesi di lavoro” su cui sta indagando la procura di Terni per cercare di risolvere il mistero della mamma scomparsa da Amelia undici anni fa. Le possibili ricostruzioni. La famiglia pronta a dare una mano alle indagini

La storia di Barbara Corvi precipita nel buio intorno alle quattro del pomeriggio di martedì 27 ottobre 2009. Undici anni dopo, in fondo a questo tunnel fatto di silenzi, ombre ed angoscia sembra cominciare a riaccendersi una luce. Ancora fioca. Che solo a guardarla per un attimo fa venire i brividi. Ma che è pur sempre una luce.

Sei anni dopo che sul fascicolo relativo alla scomparsa della mamma amerina – sposata, 35 anni e due figli all’epoca dei fatti – è piombata come un macigno la parola “archiviazione”, a cercare di riannodare il filo di una vicenda drammatica è il capo della procura di Terni, Alberto Liguori. “Siamo ancora lontani dalla possibile ricostruzione dei fatti”, dice a Terni Today. Eppure, qualche tessera di questo mosaico inizia a far vedere almeno i suoi contorni.

Intanto, le “ipotesi di lavoro” degli investigatori. Sequestro di persona e omicidio volontario. Accuse pesantissime che colorano a tinte fosche un quadro indiziario dentro al quale – al momento – compare un unico protagonista. La scorsa settimana una persona è stata interrogata proprio dal procuratore Liguori.  Si tratta di un famigliare del marito di Barbara, Roberto Lo Giudice. Pentito di ‘ndrangheta, collaboratore di giustizia e, ad oggi, indagato in questo caso di nuovo tutto da scrivere. Davanti al magistrato ha fatto scena muta. Ma a lui si è arrivati perché, negli anni, qualcosa si sarebbe lasciato scappare. Confidenze, racconti, frammenti. Piccolissimi, che però assumono un valore importante.

Nella ricostruzione che la procura di Terni sta cercando di fare, ad oggi, manca un passaggio. Dov’è Barbara? Perché se c’è stato un omicidio e il corpo della giovane donna non è mai stato ritrovato, significa che qualcuno lo ha fatto scomparire. L’indagine è in continua evoluzione, nel più assoluto riserbo. Però, dei punti fermi ci sono.

Tornando a quel martedì di undici anni fa. “Eravamo a pranzo in casa con i miei genitori”, ha racconta Irene, sorella di Barbara. “Barbara e suo marito Roberto sono venuti da noi. Erano alterati e Roberto disse di avere scoperto dal cellulare di Barbara che lei aveva una relazione extraconiugale. Ad un certo punto, in preda alla rabbia, lui ha gettato il cellulare per terra, rompendolo”.

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Dopo la sfuriata, la coppia torna a casa. Qualche manciata di minuti dopo, Irene raggiunge la sorella. “Io e lei ci dicevamo tutto, parlavamo molto. Lui era in cucina, lei in camera da letto. Ho provato a confortarla, a rassicurarla. Però lei, stranamente, non voleva parlare. Si limitava a dirmi di sì, a fare qualche cenno con la testa. Ma niente di più”.

Questo breve incontro è l’ultimo che Irene avrà con Barbara. Intorno alle 16, lei, l’altra sorella e i suoi genitori vanno al negozio di famiglia mentre Roberto e Barbara avrebbero dovuto incontrare il loro commercialista. “Fra le 17.30 e le 18, Roberto è venuto da noi al negozio per fare alcune fotocopie da consegnare poi al commercialista. Disse di avere riaccompagnato Barbara a casa perché non si sentiva bene. Mi sembrava agitato, aveva lo sguardo basso”. Il commercialista non ha mai incontrato Barbara, ma soltanto Roberto. Dopo le 19, Irene torna a casa della sorella. “Ho notato i vestiti piegati, ho sentito il rumore della doccia. Ma lei non c’era. Lui è rientrato. Lei no”.        

Se qualcosa è successo, va probabilmente collocato fra le 16 e le 18 di quel giorno che non è mai finito, anche se oggi le lancette di un tempo che sembrava paralizzato potrebbero avere fatto un passo avanti. Gli investigatori si muovono con cautela, passando al setaccio anche la possibilità che se c’è un colpevole (o più colpevoli) abbia commesso un errore, una leggerezza. Ci sono ad esempio delle cartoline che, pochi giorni dopo la scomparsa di Barbara, arrivarono nella cassetta della posta della casa di Montecampano. Sono state spedite da Firenze e, almeno nelle intenzioni di chi le ha scritte, c’era la volontà di far credere che venissero da Barbara. “Sto bene, ho solo bisogno di stare un po’ da sola”, c’è scritto. Ma la grafia – così come appurato da una perizia disposta a suo tempo dalla procura della Repubblica di Terni – non appartiene a Barbara, né tantomeno a Roberto, a Carlo (l’uomo con cui Barbara aveva una relazione e che in quegli stessi giorni si trovava proprio a Firenze per “allentare la tensione di quelle ore”), ai figli di Barbara e ad alcuni conoscenti. Potrebbe però appartenere però alla persona che ora gli investigatori hanno individuato.

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I prossimi passi saranno dunque decisivi. E non è escluso che le sorelle e i genitori di Barbara nelle prossime settimane possano essere ricevuti in procura a Terni per fornire ulteriori ed utili elementi per lo sviluppo delle indagini.

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