Cronaca

Quattrocento clienti e l’obiettivo di espandersi al nord: i dettagli dell’operazione Lampetra

Droga e armi, così la ndrangheta voleva allargare il suo giro d’affari. Diciannove persone in manette, un arresto anche ad Amelia, gli inquirenti: elevatissima pericolosità sociale degli indagati

Nell’arsenale a disposizione del clan c’era anche un kalashnikov. Utilizzato, come le altre armi, per minacciare eventuali rivali, aggredire fette di mercato e far capire chi è che comandava. Questo il senso di un agguato ai danni di un ignaro cittadino, organizzato solo per dimostrare l’egemonia criminale della cosca sul territorio, e la “cacciata” dalla Calabria di un pusher, reo di aver ritardato il pagamento dello stupefacente.

Marijuana di produzione propria, cocaina che arrivava nelle casse del clan attraverso canali privilegiati, armi e violenza: sono i dettagli dell’operazione Lampetra, che si è sviluppata nel corso degli ultimi due anni sotto il coordinamento della direzione distrettuale antimafia presso la procura della Repubblica di Reggio Calabria, diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri, che ha portato all’esecuzione di 19 ordinanze di misura cautelare (14 in carcere e 4 ai domiciliari) nei confronti di altrettante persone ritenute responsabili – in particolare – di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata alla produzione e al traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi e tentato omicidio.

Il blitz dei carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria ha interessato Scilla, Sinopoli, Sant’Eufemia d’Aspromonte e le province di Messina, Milano, Roma e Terni. In particolare, la compagnia di Amelia ha proceduto all’arresto di Italo Flaviano Cacciola, classe 90, di origine romana e residente a Scilla (RC) ma di fatto domiciliato, per seguire un programma terapeutico, presso la Comunità Incontro di Amelia. L’arrestato, indagato per i reati di detenzione e spaccio in concorso di stupefacenti del tipo cocaina e marijuana, è stato tradotto presso la casa circondariale di Terni.

Il provvedimento costituisce l’esito di una complessa attività investigativa – condotta dal reparto operativo del comando provinciale di Reggio Calabria con il concorso della compagnia di Villa San Giovanni – avviata nel 2019 e conclusasi nei primi mesi del 2021, diretta dai sostituti procuratori Dda Walter Ignazitto e Paola D’Ambrosio, che ha consentito di acclarare “la radicata e attuale operatività della cosca Nasone-Gaietti che – spiegano gli inquirenti - risulta essere una struttura mafiosa pienamente organica alla ‘ndrangheta unitaria ed operante nel territorio di Scilla e nelle aree limitrofe”.

Le indagini, basate su intercettazione telefoniche, ambientali e telematiche, hanno dimostrato la forza del gruppo criminale nel settore del narcotraffico, “attraverso una autonoma capacità produttiva di marijuana e consolidati canali approvvigionativi per la cocaina nelle aree urbane di Scilla, Bagnara e Villa San Giovanni”.

Ruolo centrale sarebbe stato svolto da Carmelo Cimarosa, nipote di Angelo Carina di cui gli inquirenti sottolineano il “sicuro rango apicale”, che avrebbe indicato anche altri ambiti di business oltre all’obiettivo di “controllare alcuni settori particolarmente delicati dell’economia scillese: basti pensare all’interesse dimostrato per le assegnazioni delle concessioni degli stabilimenti balneari”.

“L’attività intercettiva, incardinata sulla figura del citato Carmelo Cimarosa – dicono gli investigatori - acclarava la centralità della sua figura in ordine alla specifica cura, in nome e per conto del sodalizio, della gestione di un vasto traffico di sostanza stupefacente, il cui flusso di rifornimento era garantito da una stretta cointeressenza con Antonio Alvaro, Francesco Laurendi e Enzo Violi, colpiti anch’essi dalla misura cautelare, e la cui distribuzione al dettaglio era curata da un collettivo di spacciatori  a carico dei quali sono state censite 52 cessioni a riprova dell’ingente volume di traffico e di quantità di sostanza stupefacente gestito dal sodalizio”.

Le indagini hanno permesso di verificare che la squadra di pusher, capitanati da Cimarosa, era “in grado di realizzare una capillare rete di spaccio nel territorio di Scilla e Bagnara Calabra, tenendo una sia pure rudimentale contabilità dei rispettivi rapporti di dare/avere, scambiandosi consigli ed ammonimenti per scongiurare il rischio di essere intercettati, dedicandosi alla coltivazione della canapa indiana, per dotare l’organizzazione di stupefacente fatto in casa e così incrementare i comuni guadagni, progettando inoltre l’espansione in altre regioni del nord Italia per l’esponenziale incremento del giro d’affari criminale e dei connessi margini di profitto e fidelizzando un altissimo numero di clienti che Cimarosa quantificava in ben 400, tra i comuni di Scilla e Bagnara Calabra”.

Le indagini hanno fotografato anche “l’allarmante propensione di Cimarosa e dei suoi accoliti a fare ricorso ad armi da sparo, per risolvere le problematiche che, di volta in volta, si frapponevano al raggiungimento dei loro obiettivi criminali, che palesano l’elevatissima pericolosità sociale degli indagati e delineano il contesto criminale in cui gli stessi da tempo operano”.

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