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Fiumi di droga nei parchi di Terni, giro d’affari da duemila euro al giorno. Le intercettazioni: “Oltre alla birra, porta anche il dolce”

La gang si riforniva in Abruzzo, Toscana e a Roma. In città decine di pusher smerciavano eroina, cocaina e hashish anche a minorenni. Tutti i dettagli dell’operazione “Mastro Birraio”

I capi della gang dei parchi davano ordini dal divano di casa. Ricevevano le telefonate dei clienti, concordavano quantità e prezzi della droga da cedere e poi incaricavano i pusher, i “cavallini”, di raggiungere il posto concordato per l’appuntamento. Solitamente, si spostavano in due: uno consegnava lo stupefacente, un altro incassava il malloppo. E i boss contavano i soldi. Tanti. Perché gli inquirenti hanno ricostruito un giro d’affari da almeno duemila euro al giorno.

L’operazione “mastro birraio” portata a termine dagli uomini del nucleo investigativo del comando provinciale dell’arma dei carabinieri – coordinati dal procuratore della Repubblica Alberto Liguori e dal sostituto Mathias Viggiano – è iniziata a settembre dello scorso anno. Quando ad Orte è stata fermata una persona trovata in possesso di eroina. È da questo dettagli che i militari agli ordini del maggiore Giuseppe Nardò – in collaborazione ci colleghi di Orvieto e Amelia e delle unità cinofile dell’arma – hanno ricostruito la piramide che aveva messo in piedi un fiorente giro di spaccio in molti parchi di Terni.

L’organizzazione aveva attivato canali di rifornimento in diverse zone del centro Italia. Snodo cruciale della droga piazzata nella città dell’acciaio era Celano, in Abruzzo. Ma parte della sostanza stupefacente arrivava anche da Pisa (Toscana) e da Roma. A sporcarsi le mani erano solitamente i pusher al dettaglio. Per lo più tossicodipendenti al soldo della gang che, in cambio del lavoro sul territorio, ricevevano droga e pochi contanti. Erano loro a comprare le schede sim per i telefoni cellulari, a sottoscrivere i contratti di affitto per gli appartamenti in cui i capi vivevano, a guidare la macchina per andare a fare rifornimento. Insomma, erano loro ad occuparsi della “logistica” al servizio dei “signori della morte”, come li ha definiti il capo della procura Liguori.

Dodici le persone indagate, nove le misure cautelari concesse dal gip del tribunale di Terni: sei indagati sono in carcere, tre si trovano ai domiciliari. Tutti possono “vantare” un fascicolo criminale di spessore: precedenti per spaccio, furto, evasioni, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale.  Che fanno il paio con i trenta capi di imputazione elencati nell’ordinanza che segue l’ultima operazione.

Sfogliando il faldone non si riesce soltanto a ricostruire una accurata mappa dello spaccio in città: strada di Santa Maria Maddalena, il parco Rosselli, quello di viale Trento, la stradina che da ponte Allende arriva in via del Cassero. E via Pastrengo, quartiere san Giovanni, teatro del dramma che ha travolto Flavio e Gianluca, i due adolescenti uccisi dal un cocktail di metadone.

Leggendo le carte si scoprono anche i “codici” attraverso i quali i clienti – centinaia, anche minorenni, visto che sono stati documentati almeno 250 episodi di spaccio – comunicavano con i pusher. “Vado a comprare la birra, la porto anche a te?”, chiede lo spacciatore. “Sì, portamene una grande, insomma… una come quella dell’altra sera”, risponde il cliente. Che poi rilancia: “Oltre alla birra, porta anche il dolce”. La birra, hanno ricostruito gli investigatori, era l’eroina, mentre l’hashish veniva solitamente indicato come “cioccolato”.

A volte, eroina e cocaina erano anche indicate con nomi di donna, come ad esempio Roberta. Peccato che a uno degli ultimi appuntamenti non si sia presentata nessuna Roberta. Ma un bel po’ di militari in divisa.       

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