Strage di Bologna, così si compiva il tragico destino di Sergio Secci. Senza nessuna ragione

Il 2 agosto del 1980 l’esplosione provocò 85 morti, tra questi c'era anche il giovane ternano. Ora un nuovo processo apre altri scenari su mandanti ed esecutori

“Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire. La visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po’ mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l’evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo”.

Nel 1981 Torquato Secci, papà di Sergio, diventò presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage, cominciando una battaglia che da 39 anni cerca di fare luce su una delle pagine più drammatiche e buie della storia dell’Italia: la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

La bomba

Alle ore 10.25 di quel sabato, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe dello scalo ferroviario. Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. Vennero. Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti, provenienti da oltre 50 città italiane e straniere. Tra le vittime anche il ternano Sergio Secci.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio aveva informato Ferruccio che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo. Poi non ne aveva più saputo nulla. Solo il giorno successivo, telefonando all’Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell’ospedale Maggiore.

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“Cento milioni per testa di morto”

sergio secci-2“Sergio moriva a causa della violenza. Lui che, pur molto giovane, aveva capito perfettamente quanto fosse aberrante e irrazionale la violenza ed a questa aveva saputo anteporre la necessità dell’acquisizione della cultura per poter fare più sagge scelte, perdeva la vita proprio per un atto di infame violenza. Lui che non aveva mai accettate le giustificazioni correnti della violenza, che non aveva esitato nel 1977 a combatterle a viso aperto e proprio nei momenti in cui erano all’apice della loro capacità persuasiva, soccombeva a causa della violenza. Si compiva così, senza nessuna ragione, senza la seppur minima giustificazione, il tragico destino di un giovane che fiducioso si apprestava a dare il suo generoso contributo a quella società della quale con gioia faceva parte”, scriverà Torquato Secci nel libro “Cento milioni per testa di morto”.

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Il processo Cavallini

Fra le macerie ai Prati di Caprara, dove per anni sono rimasti i detriti della stazione, potrebbe essere stato trovato l’interruttore della bomba. La possibile svolta dalla perizia (la quarta in ordine di tempo) disposta dalla Corte di assise nel processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini – detenuto a Terni - e depositata dal geominerario esplosivista Danilo Coppe e dal tenente colonnello Adolfo Gregori, del Ris di Roma. Il documento parla di 11 chilogrammi di esplosivo – e non 20-25 come si riteneva in precedenza - composto da T4 e tritolo con residui di gelatina – il contrario di quanto ritenuto finora nei processi a carico di Mambro, Fioravanti e Ciavardini - derivati da cariche da lancio di munizionamento sconfezionato della seconda guerra mondiale ma, soprattutto, di un interruttore di sicurezza per il trasporto della valigia contenente l’ordigno. Elementi che modificano completamente lo scenario fin qui conosciuto rimettendo di fatto in discussione l'impianto giudiziario complessivo e smentendo, in gran parte, le precedenti risultanze.
Per i periti, l’interruttore, simile ad un interruttore dei tergicristalli di un’auto, piazzato su una staffa di metallo, piegata da un lato, di circa dieci centimetri di lunghezza per 3 centimetri di altezza, trovato l’estate scorsa da Coppe nel mucchio di materiale che venne ammassato all’epoca della strage all’interno della caserma di Prati di Caprara quando la stazione di Bologna venne sgombrata dai detriti dopo l’attentato, è compatibile con un interruttore di sicurezza artigianale realizzato da chi ha costruito l’ordigno ed è stato utilizzato per evitare l’esplosione durante il trasporto. Ma, trattandosi di un congegno artigianale, sarebbe stato difettoso.

Sostenne Cossiga

Torna così d’attualità quanto ipotizzato dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che, in un’intervista al Corriere della Sera, l’8 agosto 2008 aveva parlato di un trasporto finito male: “La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della ‘resistenza palestinese’ che, autorizzata dal ‘lodo Moro’ a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese - sosteneva l’ex ministro dell’Interno - si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo”. Secondo tale versione l’ordigno all’interno della valigia sarebbe esploso accidentalmente mentre veniva trasportato”.

“Perizia ipotetica. Chi ha foto o filmati, ce li porti”

“Mi sembra una perizia estremamente ipotetica, che mette lì alcune cose e fa molte ipotesi”. Così all’Adnkronos, Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna. “Si parla di un oggetto, dicendo che potrebbe essere un interruttore, ma piuttosto delle ipotesi la cosa importante di questa perizia semmai è che conferma che l’esplosivo era militare. Teniamo conto - sottolinea - che c’è un’indagine sui mandanti della strage, e quella è vera, non è ipotetica, e tutto fa brodo per confondere le idee”.
In occasione dell’anniversario della strage alla stazione, Bolognesi lancia piuttosto un appello a tutti coloro che quel giorno passarono da Bologna: “Il 2 agosto 1980 per molti era il giorno di partenza per le ferie. Molti hanno scattato fotografie e filmato il loro arrivo in stazione o quando sono saliti sul treno. Hanno documentato cosa hanno fatto, anche prima delle 10.25. Chiediamo a chi ha dei documenti di farceli avere, di consegnarli all’associazione o ai giudici”. Questo perché, secondo Bolognesi, “possono esserci dei filmati, inediti o privati, che se venissero consegnati all’associazione o ai giudici potrebbero essere utili perché possono essere d’aiuto per individuare altre persone che, il 2 agosto 1980, erano presenti a Bologna. Molto probabilmente, non c’erano solo quelle tre o quattro persone che sono state individuate, ma sicuramente ce ne erano altre. Stimiamo dalle venti alle trenta persone. È possibile che ci fossero altre persone interessate alla vicenda”. Persone che, per Bolognesi, erano legate ai “servizi, ad ambienti neofascisti. Secondo noi a Bologna c’era una struttura che ha fatto una cosa del genere. Quello che è accaduto non possono averlo fatto due o tre persone solo. Se seguite il processo a Cavallini, da lì si capisce che ha agito un gruppo”.

Il Psi: nessun evento a Terni per ricordare questo nostro fratello

“Sergio Secci era un brillante ragazzo di 24 anni quando in un torrida mattina di agosto del 1980 forze oscure gli strapparono il futuro insieme alla vita delle altre 84 vittime del vile attentato alla stazione di Bologna. Commemorare il nostro concittadino Sergio significa per noi umbri non dimenticare il dramma della stagione terroristica in Italia, un’infamia i cui risvolti politici restano ancora da chiarire”. Così Rossano Pastura, segretario provinciale di Terni del Partito socialista italiano, ricorda il giovane ed esprime “vicinanza alla mamma di Sergio, Lidia, e a tutti i suoi cari che da quel giorno hanno dovuto convivere con un dolore e degli interrogativi terribili”.
“Come socialisti, ma ancor più come cittadini e ternani – ha proseguito Pastura –, confermiamo la ferma condanna, come fece allora il presidente Pertini, per la barbarie e l’infamia dell’estremismo terroristico di qualsiasi matrice politica, perché nella violenza non c’è politica ma appunto solo infamia e viltà. Il Partito socialista ternano si stringe a tutti coloro che conobbero Sergio, sottolineando ancora una volta l’importanza di tener viva la memoria di quel terribile periodo italiano”. “I giovani devono conoscere – ha proseguito Pastura –, studiare e informarsi, per essere capaci di elaborare un pensiero libero in grado di evitare che quanto accaduto si ripeta”.
“Il ricordo del Partito socialista – ha concluso il segretario provinciale di Terni del Psi – va a tutte le vittime dell’estremismo, nero o rosso, di quegli anni. Furono sacrificati sia molti giovani impegnati nelle forze armate e in difesa dello Stato, sia tanti liberi cittadini che ebbero la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vittime di chi, allora come oggi, non ha mai amato la libertà e la democrazia”.
“Ci dispiace ma non ci sorprende, visto come hanno commentato i recenti avvenimenti il sindaco e la sua assessora - concludono i Socialisti - che l’amministrazione comunale di Terni non abbia organizzato nessun evento per ricordare questo nostro fratello. Vogliamo augurarci che si tratti dell'ennesima distrazione e che non sia invece un pessimo tentativo di revisionismo strisciante che vorrebbe sminuire la gravità e drammaticità di tali episodi di violenza".

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