“Signora, lei è sola in casa?”, ecco come scattavano le trappole per gli anziani di mezza Italia

Gli “esattori” sceglievano le zone dove colpire, poi arrivava la telefonata dei “centralinisti”: suo figlio ha causato un incidente ed è in arresto, deve pagare una cauzione per liberarlo. Trecento colpi in nove regioni, bottino da 400mila euro. Poi l'errore e le manette: i dettagli dell’operazione “Mai peggio” | VIDEO

Partiamo dalla fine: perché l’operazione che il nucleo investigativo dei carabinieri di Terni che ha sgominato una gang specializzata nelle truffe agli anziani si chiama “Mai peggio”? Questa è l’espressione che uno degli “esattori” della banda usava ogni volta che risaliva in macchina dopo avere messo a segno l’ennesimo colpo. “Ringraziava Dio per la giornata lavorativa – dice il sostituto procuratore della Repubblica di Terni, Raffaele Iannella – esclamando: Signore, mai peggio di oggi”. E invece, un giorno è andata peggio.

Il business della “holding delle truffe”

Sono trecento i colpi – fra tentati e consumati – che il gruppo ha messo a segno dall’ottobre del 2017, quando è scattata l’indagine, fino al dicembre del 2018. La base della banda era a Napoli, ma nel capoluogo partenopeo non è stato messo a segno nessun colpo per evitare che gli investigatori locali potessero agilmente risalire ai responsabili. I bersagli sono stati individuati in nove regioni, prevalentemente del centro Italia: 21 colpi in Umbria – fra Terni e Perugia -, 83 nel Lazio (soprattutto a Roma), 38 nelle Marche, 81 in Abruzzo, 3 in Molise, 30 in Campania, 23 in Puglia, 19 in Basilicata e 2 in Calabria. Il bottino messo assieme, fra denaro contante, preziosi e oro ammonta a circa 400mila euro.

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Come entravano in azione

Da Napoli, si spostavano i cosiddetti “esattori”. Era loro compito perlustrare le città e individuare i quartieri che davano l’impressione di essere più benestanti. Individuata la via dove entrare in azione – e facendo attenzione alla eventuale presenza di sistemi di videosorveglianza - questa veniva comunicata ai “telefonisti” che, attraverso internet, cominciavano a contattare tutte le utenze fisse relative a quell’indirizzo. La scelta non è casuale: chiamare in casa di mattina garantisce di colpire chi a quell’ora non è al lavoro o a scuola. Quindi, potenzialmente, molte persone anziane. Quando dall’altro capo del telefono rispondeva qualcuno, iniziava la messinscena. Le prime frasi servivano a identificare l’interlocutore e dunque a capire se davvero si tratta di un pensionato. La maggior parte delle vittime ha un’età fra 80 e 95 anni. Poi, con una buona dose di teatralità, si cercava di entrare in confidenza e di recuperare quanti più elementi utili possibile. E poi scattava la trappola. Solitamente, si utilizzava l’escamotage del figlio responsabile di un incidente stradale e senza assicurazione. Il telefonista si spacciava per avvocato o per maresciallo dei carabinieri. Quando la vittima era spossata, partiva la richiesta di denaro. A volte, veniva suggerito di contattare il 112: in questo caso, i truffatori non riagganciavano, lasciando la telefonata aperta e facendo così in modo di rispondere immediatamente alla vittima che però pensava di parlare con le forze dell’ordine.

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Soldi, oggetti preziosi e oro

Decine le telefonate che ogni mattina venivano effettuate. Quando una di queste andava a buon fine, scattava l’intervento dell’esattore che – evidentemente – si trovava a poche decine di metri dalla casa della vittima e veniva informato dal telefonista. Bussava alla porta, si presentava come inviato dal falso avvocato e passava all’incasso. In un caso, avvenuto a Roma, i malviventi si sono fatti consegnare gioielli e denaro per circa 30mila euro. In un altro episodio, la vittima – che non aveva contanti in casa – è stata costretta a scassinare la cassaforte che aveva in casa perché, presa dal panico, non riusciva a ricordare la combinazione. “Si può fare business sugli anziani?”, si chiede il capo della procura ternana, Alberto Liguori, parlando di racconti di “strazio continuo”. E raccontando scene da incubo in cui i criminali pesavano i gioielli truffati alle vittime per verificare l’esatto valore della merce. Intascato il bottino, l’esattore lasciava l’appartamento. Solitamente, i membri della banda si muovevano a bordo di auto prese a noleggio oppure in treno. Soltanto quando erano in superstrada o a bordo dei vagoni, mandavano il segnale al telefonista che riagganciava, lasciando così il telefono della vittima libero, ma senza che ormai si potesse più far nulla se non una denuncia.

Le coperture

Dieci gli indagati, otto gli arrestati: sei in carcere e due ai domiciliari. A tutti viene contestata l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Si tratta di nove uomini e una donna, tutti italiani tranne un ragazzo della Costa d’Avorio, con età compresa fra i trenta e i cinquant’anni. Due i telefonisti – uno viene ritenuto il “capo” della gang, l’altro continuava ad “esercitare” nonostante fosse ai domiciliari per accuse simili – cinque gli esattori mentre gli altri tre svolgevano funzioni di supporto. Ossia si occupavano di recuperare schede telefoniche intestate a prestanome e telefoni cellulari provenienti dal mercato nero e dunque non tracciabili. Due persone sono riconducibili ad una società di autonoleggio che forniva le vetture – sempre con contratti fasulli – con le quali la banda si spostava in giro per l’Italia. Il pm Iannella ha parlato di delinquenti “tecnicamente capaci e di grande spessore criminale” che è stato difficile anche arrestare. Molti si sono infatti avvalsi delle coperture fornite dai vicini dei “bassi” napoletani: l’ultimo arresto è stato messo a segno la scorsa notte. “Grazie ai carabinieri di Napoli – dice infatti il procuratore Liguori – e ai colleghi della Dda”.

L’errore: giugno 2018

“Di questa inchiesta – ricorda Liguori – ricordo quando, a giugno del 2018, il maggiore Giuseppe Nardò (comandante del nucleo investigativo, ndr) entrò nel mio ufficio, dicendo: hanno commesso un errore”. Uno degli esattori, solitamente attento a svolgere le comunicazioni, aveva fatto una telefonata di troppo. Prontamente intercettata dai carabinieri e con la quale è stato poi possibile collegare tutti gli elementi indiziari che fino a quel momento erano stati raccolti. “Questa inchiesta – sottolinea ancora Liguori – è un fiore all’occhiello: fa bene al cuore e alla memoria”. “Perché – rileva il comandante provinciale dei carabinieri, Davide Rossi – va a tutelare una fascia molto vulnerabile”.
Nei confronti della quale viene lanciato un appello: se qualcuno ritiene di essere rimasto vittima di questa banda, non si faccia scrupoli e denunci. Ricordando che nessun carabiniere arriverà mai a casa per chiedere dei soldi.

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