Trasfusione con sangue infetto, dopo 31 anni arriva il maxi risarcimento

Il ministero della salute ha due mesi di tempo per versare oltre 300mila euro ad una donna amerina come indennizzo per una emotrasfusione contaminata da epatite C

Diecimila euro l’anno, oltre gli interessi. Questo il risarcimento che dovrà essere versato ad una donna di Amelia che nel 1988 subì una emotrasfusione con sangue infetto da epatite C.

Lo ha stabilito il tribunale amministrativo regionale dell’Umbria, confermando una sentenza del tribunale civile di Perugia del dicembre 2016 con la quale veniva quantificato in 305.428,84 euro “a titolo di risarcimento del danno da emotrasfusioni avvenute nel 1988 con sangue infetto da epatite C, oltre interessi legali dalla pronuncia della sentenza al soddisfo, oltre al rimborso delle spese di lite che liquidate in 1734,60 euro per spese 9.000 euro per onorari professionali oltre accessori di legge e ponendo definitivamente a carico di parte convenuta le spese” per le perizie tecniche.

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La sentenza del Tar Umbria è stata emessa lo scorso 18 dicembre e stabilisce che il ministero della Salute – costituito in giudizio, senza presentare opposizioni - avrà 60 giorni di tempo per versare alla donna (assistita dagli avvocati Cinzia Calvanese e Doriana Succhiarelli – l’intera somma. Se ciò non dovesse avvenire, allora sarà “nominato quale commissario ad acta il direttore della direzione generale del personale, dell’organizzazione e del bilancio del ministero della Salute, o suo delegato, il quale, decorso il suddetto termine, provvederà all’integrale esecuzione della menzionata sentenza in luogo e vece dell’amministrazione inadempiente, entro l’ulteriore termine di 30 giorni, avvalendosi degli uffici e dei funzionari dell’amministrazione intimata”.

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