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Cronaca

Decine di donne vittima di violenza a Terni, ma i soldi non ci sono: niente “reddito di libertà”

Oltre centocinquanta quelle prese in carico dal Cav gestito dall’associazione San Martino, però mancano i fondi per la misura che “ha l’obiettivo di accompagnare le donne che hanno subito violenza in un percorso di autonomia per sé e per i propri figli”

La settimana che si chiude oggi, è iniziata con la vibrante polemica innescata dalle parole utilizzate dal sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, durante la discussione di un atto sulla violenza di genere di cui si è dibattuto in consiglio comunale. Al netto dello scontro apertoi da quel dibattito, il documento – licenziato dall’assise di palazzo Spada con il solo voto dei consiglieri di Alternativa popolare visto che le opposizioni avevano lasciato l’aula – tra le altre cose impegna sindaco e giunta a mettere in campo “un’azione di impulso ad intensificare le forme di aiuto alle donne vittime di violenza anche in sinergia con le associazioni che nel territorio si occupano del tema” e “a prevedere forme di aiuto alle donne sostenendo la rete di associazioni già impegnate in questo ambito”. E visto che la cosa è piuttosto “fresca”, ci sarebbe subito un lavoro da portare a termine.

In un recente incontro con la stampa, il comandante provinciale dei carabinieri di Terni, Antonio De Rosa, ha sottolineato che “rispetto ad altre zone d’Italia, a Terni le persone hanno più coraggio nel denunciare casi di violenza di genere”, aggiungendo ancora che “sono numerosissimi i casi di donne vittime di diversificate forme di violenza verbale, psicologica o fisica che ricorrono sempre più frequentemente e con maggiore fiducia ai militari dell’Arma per denunciare o per avere dei consigli sulle proprie vicende personali”.

E infatti, nel bilancio dell’attività dell’associazione San Martino, che dal primo gennaio 2023 gestisce il centro antiviolenza di Terni, si legge che negli ultimi dodici mesi sono state “153 le donne maltrattate prese in carico dal cav Libere Tutte. Di queste, 7 sono in accoglienze residenziali con 3 nuclei e un totale di 6 minori e 4 donne singole e altre 10 donne in pronta emergenza con n. 12 minori”. Per avere un punto di riferimento, significa che – più o meno ogni due giorni – nell’ultimo anno allo sportello del centro antiviolenza si è presentata una donna maltrattata.

Bene, facciamo un passo indietro. Nel 2020 è stato istituito il cosiddetto reddito di libertà, diventato operativo tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022. Si tratta di uno strumento finanziario che ha l’obiettivo di accompagnare le donne che hanno subito violenza in un percorso di autonomia per sé, ma anche per i propri figli. L’intervento, cumulabile con altre misure di sostegno, prevede l’erogazione di un assegno mensile fino a 400 euro per un periodo massimo di un anno. Destinatarie sono le donne con figli minori o senza figle/i, seguite da un centro antiviolenza riconosciuto e in condizioni di bisogno economico. La domanda, che le interessate possono fare al proprio Comune di residenza, deve essere corredata oltre che da un’attestazione del cav relativa al percorso di emancipazione e autonomia intrapreso, anche da una certificazione dei servizi territoriali che dimostri le condizioni di difficoltà socio-economica. L’assegno viene erogato dall’Inps, a cui la Regione trasferisce i propri fondi, in un’unica soluzione per un massimo di 12 mensilità, pari dunque a 4.800 euro. Tra le spese che possono essere coperte anche quelle per l’istruzione e la formazione dei figli.

Secondo un report del dipartimento pari opportunità, alla data del 23 marzo 2022, in Umbria erano state complessivamente presentate 64 domande per l'accesso al reddito di libertà. Di queste, 56 non sono state accolte e 8 sì, per un budget utilizzato pari a 38.400. In Italia, alla stessa data, su 2.479 domande presentate, quelle accolte sono state 599 per un utilizzo di risorse pari a poco meno di 2,9 milioni di euro.

Le ultime erogazioni relative al reddito di libertà sono state effettuate a settembre 2022, un anno e mezzo fa. Dopodiché, il nulla. Tanto è vero che ad oggi sono una ventina le domande presentate tramite il centro antiviolenza di Terni che restano sospese, in attesa che il fondo venga rifinanziato e le domande soddisfatte.

Potrebbe insomma essere questo un buon motivo per seppellire l’ascia delle polemiche e rimboccarsi le maniche per tutte quelle donne che denunciano e cercano di rifarsi una vita e che, a tante parole, forse preferirebbero qualche fatto concreto in più.

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