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Energia e rottami, zavorre “d’oro” per l’acciaieria: Arvedi Ast punta l’Enel e guarda all’Indonesia

La produzione di viale Brin sconta costi quattro volte superiori rispetto ai competitor europei e materie prime al doppio rispetto a un anno fa: gli ostacoli sulla strada dell’accordo di programma e le alternative per la fabbrica di Terni

Sembrava un “innocuo” comunicato stampa inviato per presentare una mostra. E invece, nemmeno troppo tra le righe, il senso del messaggio è abbastanza evidente: “L’esposizione avrà anche il compito di focalizzare l’attenzione su un aspetto industriale che è determinante per Arvedi Ast: quello dell’energia. Un tema tra i più dibattuti tra le aziende italiane e lo è a maggior ragione per Arvedi Ast, sito produttivo altamente energivoro che vede compromessa la propria competitività sul mercato a causa di un costo energetico tre/quattro volte superiore rispetto a quello di altri competitor europei. Un fattore discriminante e distorsivo della concorrenza che preclude il futuro di Arvedi Ast. Eppure, una soluzione ci sarebbe, se si consentisse finalmente all’azienda l’approvvigionamento di energia elettrica per i suoi fabbisogni a costi comparabili a quelli dei suoi competitor europei”.

La presentazione della mostra “Grande Opera” – in programma a Terni il prossimo autunno - è stato insomma il grimaldello attraverso il quale l’azienda di viale Brin ha rimesso al centro della scena la questione delle questioni: l’energia. Tema di cui si dibatte da un ventennio e per il quale una soluzione non è mai stata trovata. Risultato? Oggi viale Brin - pur avendo uno dei contratti più vantaggiosi a livello nazionale - sconta un costo in bolletta che è – più o meno - doppio rispetto a quello sostenuto dai rivali francesi, triplo rispetto ai tedeschi e chissà quanto più alto se paragonato a Usa e Cina.

Sulla strada dell’accordo di programma – ossia il piano che dispiega l’utilizzo di un miliardo di investimenti (700 milioni privati e 300 milioni pubblici) – si manifesta un altro ostacolo: tra le materie prime che hanno subito una forte accelerazione dei prezzi, il rottame ferroso oggi è quotato circa 350 euro a tonnellata a fronte dei 200 euro di un anno fa. E il rottame ferroso è il cuore della produzione di Arvedi Ast. “Allora, le bramme ce le andiamo a prendere in Indonesia. Sempre più conveniente che produrle qui”, dicono da viale Brin, a mo’ di provocazione, ma non solo.

Ossia: l’azienda sta facendo il suo, visto che dalla grande fabbrica di Terni, alla fine dei conti, uscirà più di un milione di tonnellate di acciaio e che, per fare questo, si ricorrerà al massimo ad un paio di settimane di fermata (ad agosto). Ora però, tocca alla parte pubblica. O meglio: c’è da mettere l’azienda nelle condizioni di percorrere a pieno regime la strada dello sviluppo. E quindi, sollecitare (almeno) la “parte” energia.

Nell’accordo di programma, che ormai è scritto e che manca solo della firma in calce, la questione energetica è appena sfiorata, accennata (capitolo 5) e – ovviamente – non risolta. L’azienda fa pressing sulla politica e mette nel mirino un’altra azienda, Enel, indicata come “monopolista” di un servizio che è dirimente rispetto allo sviluppo presente e futuro di uno dei principali poli dell’acciaio a livello nazionale ed europeo. Sullo sfondo, un nodo che – anziché allentarsi – nell’ultimo ventennio si è stretto a morsa. A chi spetti la prossima mossa, è difficile da dire. Vent’anni fa – all’alba della vertenza “magnetico” – si parlava di una centrale da dedicare alle esigenze di Ast. Oggi, si è ancora ad un punto morto.

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