Acciaio, chimica, acqua: Terni è in vendita, cinquemila famiglie col fiato sospeso

Thyssenkrupp mette sul mercato l’Acciaieria, Jindal “scarica” Treofan e il gruppo Ami ritiene Sangemini e Amerino “non più strategiche”. Gli scenari, i rischi per il territorio e il ruolo della politica

Ci sono due atteggiamenti che, solitamente, vengono seguiti da chi sta per vendere qualcosa. Uno viene visto come fumo negli occhi dai sindacati dei metalmeccanici che in queste settimane sono alle prese con la vertenza Ast e con il percorso che porterà alla vendita delle Acciaierie da parte di Thyssenkrupp: “Basta che non succede come quando si sta per cambiare macchina e si tralascia ogni attività di manutenzione…”. L’altro, invece, potrebbe rappresentare una svolta per Terni, per il suo tessuto economico, produttivo e sociale.

Con l’annuncio di Jindal di voler mettere sul mercato Treofan, si completa un puzzle il cui significato è più o meno questo: Terni è in vendita. L’acciaio di Ast, la chimica di Treofan e le acque minerali, visto che il gruppo Ami, tra un annuncio e un passo indietro, hanno comunque fatto capire che Sangemini e Amerino, marchi storici nel panorama delle acque minerali in Italia, non sono più “siti strategici”.

Di fatto, la situazione che si sta profilando fa camminare su un filo sottilissimo cinquemila famiglie: oltre 2.300 sono quelle dei dipendenti diretti di Ast a cui se ne aggiungono altre 1.500 di “indiretti”. Poi ci sono i lavoratori della chimica e quelli delle acque minerali. In questo quadro con più ombre che luci, ci si può mettere – tutt’altro che tranquillamente – anche tutta quella vastissima platea che sta subendo le conseguenze della emergenza sanitaria da Covid cui è seguita la crisi economica: 161 imprese che, dopo la quarantena, non hanno rialzato la serranda. E che potrebbero essere seguite da altre attività in quello che si profila come un autunno caldo.

Un problema. Anche piuttosto consistente. Che fa i conti con logiche di mercato, per carità, ma che il mondo della politica non può non affrontare. Non soltanto “vigilando” o rinnovando ai tavoli istituzionali la necessità di “garantire i livelli occupazionali”, frase stantia che lascia molto spesso il tempo che trova.

Ci sono due modi, dicevamo, di poter vendere qualcosa. Uno è disfarsene, come si fa con un ferro vecchio. Ossia mollare, contando solo i giorni che separano dalla firma dal notaio.

L’altro è valorizzare quel bene. Ed è proprio in questo scenario che si inserisce il possibile ruolo della politica. Che ha anche le leve da poter utilizzare. Si chiamano accordi di programma e vedono le istituzioni coinvolte sia con Ast che con Sangemini e Amerino. Si chiamano infrastrutture, strade, ferrovie, energia. Si chiama valorizzazione di uno storico industriale che va difeso e non lasciato in balia del mercato. Qui c’entra poco la statalizzazione, che certo è un passaggio che non può essere deciso a livello locale. E c’entra poco anche la possibilità di mettere in campo risorse. Servono scelte, proposte. Serve un’idea di futuro. Il nodo si chiama sviluppo di un’area. Perché maggiori collegamenti stradali e ferroviari, valorizzazione dei prodotti del territorio – che non sono soltanto quelli che finiscono in tavola – e tutela della tradizione industriale sono politiche di sviluppo.       

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La sfida di oggi è dunque non solo garantire una presenza costante ai tavoli a cui sarà possibile partecipare. La politica può e deve mettere in pratica tutti quegli impegni che in questi anni – dalla vertenza magnetico del 2004 – non sono stati mai rispettati. In modo tale che, chi dovesse trovarsi ad investire sul territorio, non comprerà soltanto stabilimenti e macchinari, ma un sistema efficiente. Non un ferro vecchio, ma qualcosa che vale la pena comprare. E non soltanto per “affossare” un concorrente.

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