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Carbon tax, inox e acciai speciali di nuovo nel mirino: così Ast rischia di restare fuori dai mercati internazionali

Intervento di Federmanager Terni: serve uno sforzo ulteriore perché non si realizzi questa beffa le cui conseguenza sarebbero oggi sicuramente calcolabili come disastrose

La nostra associazione ha sempre mantenuto un costante monitoraggio sull’andamento della procedura europea del meccanismo di adeguamento delle emissioni importate (CBAM o Carbon Border Adjiustment Mechanism). Non a caso siamo stati i primi a sollecitare i parlamentari italiani in Europa ad intervenire quando sembrava che l’inossidabile non rientrasse nell’elenco dei prodotti soggetti al meccanismo. Questo ha portato ad una modifica dell’allegato tanto che anche i prodotti inox sono ricomparsi nell’elenco. Quello che sembrava ormai consolidato, sembra ora rimesso in discussione. La Commissione nel motivare tale possibile scelta avrebbe accampato tre ordini di problemi che renderebbero difficoltosa l’applicazione della carbon tax all’inox ed agli acciai speciali.

Queste sono le tre criticità rilevate dagli organismi comunitari: gli acciai inox sono troppi (mix prodotti ottenuti) e perciò sarebbe difficoltoso definire una procedura standard valida per gli analoghi importati; il livello delle importazioni non sarebbe in Europa così rilevante da motivare l’applicazione del meccanismo; è difficile calcolare il carbon print dei prodotti importati.

Nessuna di queste motivazioni hanno un sottostante valido sia dal punto di vista logico e tecnico che della tecnicalità della procedura.

Prendiamo il primo. È vero che le tipologie degli acciai sono molte ma sostanzialmente riconducibili a due macro-famiglie (austenitici e ferritici) con una presenza marginale dei martensitici. Ma ciò che rileva ai fini del CBAM è il carbon print che si rileva in fase di processo di fusione dell’acciaio (sia per lo scope 1- 2 e 3). Per questo va detto che tutte e tre le famiglie (che poi si articolano sì in sottoprodotti) hanno la prevalenza dell’emissione di CO2 in fase di processo di fusione ed affinazione e quindi i mix dei prodotti (che si ottiene dal processo successivo a freddo) è una scusa banale. Molto rilevante è invece l’utilizzo del ciclo di processo che in Europa è al 100% da forno elettrico mentre dai paesi dell’Est e soprattutto dall’Asia il processo è ancora in alto forno o con utilizzo della Pig Iron. Queste ultime soluzioni impiantistiche, che generano emissioni significativamente più elevate, hanno il vantaggio di mantenere più bassi i costi di produzione (costo del Pig Iron circa 230 dollari/tonnellata contro i 1.910 dollari/tonnellata per il rottame) ma, in quanto non rilevate all’importazione, consentono quello che viene definito dumping ambientale. Peraltro le regole più stringenti che si stanno adottando in Europa aumentano il rischio di carbon leakage, la “fuga di carbonio” che deriva dalla tentazione sia dei produttori che degli utilizzatori di fare ricorso a realtà meno eco-responsabili e quindi più economiche.

Secondo la Università di Yale/Progetto ISSF per l’inox l’utilizzo del Pig Iron è stimato 3 volte superiore quanto ad emissione di CO2 a quello del rottame senza considerare gli effetti ambientali indiretti del primo ( Pig Iron)  che parte dall’estrazione del ferro al secondo che utilizza una economia circolare (recupero dell’acciaio già prodotto).

Quanto al livello di importazioni, considerato che nell’anno in corso è stato stimato in un range tra il 26 ed il 30% dell’utilizzo europeo dire che non è rilevante appare davvero improprio. Considerata una stima di consumo tra 7 e 8 milioni di tonnellate annue, le importazioni ammonterebbero a più di 3 volte la produzione di Terni. Peraltro, non si capisce perché questa logica non vale per il carbonio dove le importazioni in Europa rappresentano meno del 3% della produzione mondiale contro circa il 5-6 % per l’inox.

Circa la difficoltà di calcolare il carbon print dei prodotti importati dell’inossidabile l’infondatezza dell’argomentazione si basa su almeno due ordini di considerazioni:

L’applicazione del CBAM è prevista per 2023 quindi abbiamo davanti almeno 2 anni per definire criteri e metodologie applicabili peraltro partendo da dati in parte già nella disponibilità della comunità internazionale. Esistono poi egli standard riconosciuti ai fini della misurazione delle emissioni (esempio la ISO 14040) o studi quali la Chapter 11 “Sustainability of Stainless Steel”.

Tutte le aziende (specie quelle europee) sono molto attente agli aspetti climatici ed in tutti i loro bilanci ed anche nelle trimestrali di quelle quotate vengono riportati questi dati. Per esempio Outokumpu nel 3 trimestre del 2021 pubblica la “value chain emission” da cui risulta che ogni tonnellata di inox prodotta genera 1,5 tonnellate di CO2 (compresa la produzione di ferro cromo) contro il 7,8 di Cina ed Indonesia o il 2,8 della media europea dell’industria (fonte ISSF). Aperam sostiene di essere intorno ai 450 kg ogni tonnellata mentre Acerinox e l’Ast tra gli 800 ed i 900 kg per tonnellata di acciaio prodotto.

Se alle considerazioni sopra riportate si aggiunge sia la riduzione, per le imprese europee del numero dei certificati bianchi assegnati gratuitamente sia il costo in acquisto (in incremento esponenziale) dei titoli negoziabili necessari in caso di sforamento, si amplifica il differenziale tra le poste di produzione delle aziende europee e quelle extra. L’attenzione e l’importanza di uno strumento come il CBAM anche per l’inossidabile è non solo giustificabile ma prioritaria per assicurare una corretta competitività alla industria Ternana che a differenza degli altri competitors non ha realtà produttive al di fuori dell’Europa.

La Federmanager di Terni chiede a tutti i parlamentari europei ed ai nostri politicy makers uno sforzo ulteriore perché non si realizzi questa beffa le cui conseguenza sarebbero oggi sicuramente calcolabili come disastrose e capaci di escludere la realtà locale dal mercato europeo ed internazionale. È necessaria, urgente ed indispensabile una operazione di corretta informazione a cui il Governo ed i parlamentari europei sono chiamati. Non basta l’augurio che replichino lo sforzo già fatto perché il fallimento significherebbe una penalizzazione irreversibile per Terni.

Federmanager Terni

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