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Economia

Poveri giovani fra contratti precari e paghe “da fame”: la situazione

Il dossier di Agenzia Umbria Ricerche sulla condizione degli under 35: la ricerca di un lavoro meglio retribuito è una delle molle fondamentali che spingono le giovani generazioni a uscire dai confini regionali

C’è un fenomeno strutturale che sta minando la tenuta sociale ed economica del Paese: oggi i giovani guadagnano molto meno dei loro predecessori e, per questo, sono diventati la generazione più povera. Quelli con meno di 35 anni hanno il reddito pro capite più basso della storia italiana, segnata negli ultimi trenta anni da una progressiva diminuzione reale dei salari (Ocse). Mentre tutti gli altri Paesi europei hanno visto un aumento delle retribuzioni, l’Italia resta l’unico caso in controtendenza e, anche per questo motivo, è salita al sesto posto nella graduatoria europea per numero di working poor.

Tale svantaggio retributivo pesa soprattutto sulle nuove generazioni, con conseguenze negative per l’intera società. Redditi bassi significano minore inclinazione alla genitorialità, desiderio quando non necessità di stabilirsi altrove, scarsa attrattività delle posizioni lavorative. Cosi la popolazione invecchia, si impoverisce demograficamente e culturalmente e rende il sistema sempre meno capace di migliorare la produttività e generare crescita.

In Umbria queste dinamiche risultano ancora più esasperate: secondo i dati dell’Osservatorio Inps sui lavoratori dipendenti e indipendenti, nel 2020 la quota dei lavoratori al di sotto dei 35 anni è scesa al 21,5% contro il 24,2% dell’Italia e ad essa corrisponde appena il 14,5% dei redditi da lavoro totali (15,8% a livello nazionale).

La bassa incidenza dei giovani sul mercato del lavoro è un fenomeno che si aggrava negli anni, non solo per l’andamento demografico ma anche per le condizioni di precarietà che caratterizzano in prevalenza le tipologie contrattuali offerte. È poi intervenuta la pandemia a peggiorare la situazione, penalizzando soprattutto i giovani con meno di 35 anni i quali, nonostante l’aumento del numero complessivo dei lavoratori, nel 2020 sono diminuiti rispetto all’anno precedente (-3,6% in Umbria, -3,4% in Italia).

I lavoratori umbri al di sotto dei 35 anni per il 71% risultano dipendenti nel settore privato (dato 2020). Per il 6% sono dipendenti pubblici, per il 5% commercianti e, per una quota analoga, operai agricoli. Rispetto al quadro nazionale, nella regione figurano meno dipendenti privati (in Italia sono il 74%) e un po’ più lavoratori autonomi.

Tra i giovani, nel 2020 crescono rispetto all’anno precedente i dipendenti pubblici (in parte come conseguenza dell’emergenza sanitaria, ma soprattutto per le assunzioni nelle scuole), gli occasionali (che salgono in Umbria a quasi 2mila unità soprattutto per il bonus baby sitter) e anche i lavoratori domestici.

Rispetto alla media dei lavoratori umbri, i giovani guadagnano complessivamente circa un terzo in meno, un divario che sostanzialmente si propone, pur con intensità diverse, tra le varie posizioni.

Si tratta di un fenomeno in parte fisiologico, in quanto i livelli retributivi tendono a crescere nel corso della carriera lavorativa e i giovani si collocano all’inizio del percorso. Tuttavia, a enfatizzare tale divario intervengono le prevalenti condizioni contrattuali che determinano una presenza sul mercato generalmente frammentata e discontinua, per cui i giovani finiscono per lavorare mediamente di meno: di fatto, nel 2020 sono stati occupati in media per 34 settimane, a fronte delle 41 del totale dei lavoratori.

In ragione dei più bassi livelli di reddito da lavoro giovanile, la curva per fasce di età evidenzia che lo strutturale sottodimensionamento dell’Umbria rispetto alla media nazionale e, in misura più accentuata, alle regioni centro-settentrionali, si amplifica soprattutto in riferimento alle classi centrali, mentre tra quelle più giovani risulta molto contenuto.

Ad ogni modo, lo svantaggio retributivo umbro rispetto alle aree di riferimento rimane una caratteristica che prescinde dall’età.

Anche sotto l’ottica retributiva, il 2020 è stato un anno particolarmente penalizzante per i giovani umbri: il reddito da lavoro medio degli under 35, in tendenziale crescita fino al 2019, è calato del 7,3% a fronte del 6,9% relativo al complesso dei lavoratori. In Italia, invece, la contrazione che ha riguardato i giovani si è allineata sostanzialmente a quella totale (-6,1% e -6% rispettivamente).

Questa diminuzione, associata al già menzionato calo della presenza di giovani sul mercato, ha ulteriormente abbassato la quota dei redditi da lavoro loro attribuibili, con una intensità più accentuata rispetto alla media nazionale.

Un lavoratore umbro under 35 percepisce mediamente un reddito lordo di 13.341 euro, un importo molto simile a quello dei dipendenti privati che, come visto, costituiscono la fetta di gran lunga prevalente. In cima alla classifica figurano gli amministratori – che tuttavia rappresentano solo lo 0,5% del totale dei lavoratori – seguiti dai dipendenti pubblici.

Entrando nel dettaglio delle singole categorie lavorative, il confronto tra Umbria e Italia dei redditi da lavoro dei giovani evidenzia differenziali negativi a svantaggio della regione piuttosto diffusi (con l’eccezione di domestici, operai agricoli, amministratori e soprattutto collaboratori) e complessivamente pari al -5,8%. Un delta che si amplifica notevolmente, salendo a -13,9%, rispetto alle regioni del centro-nord.

Lo svantaggio diventa sostanziale in particolare nella categoria dei dipendenti privati – che abbiamo visto essere di gran lunga quella prevalente tra i giovani – in relazione alla quale il divario dell’Umbria sale dal -5,8% al -14,4% se il riferimento si sposta dall’Italia alle regioni centro-settentrionali.

In questo caso il reddito medio dei giovani umbri non solo è decisamente più basso ma – cosa più importante – si allontana progressivamente nel corso degli ultimi anni dai livelli del Centro-Nord.

Sono dati su cui riflettere, questi. Perché, se è vero che uno dei più urgenti problemi dell’Umbria è il progressivo impoverimento demografico, non si deve dimenticare che la ricerca di un lavoro meglio retribuito è una delle molle fondamentali che spingono le giovani generazioni a uscire dai confini regionali, sia per andare all’estero – nell’ultimo decennio oltre 5mila 18-39enni umbri hanno trasferito la propria residenza in altri Paesi – sia per spostarsi nelle regioni italiane che offrono prospettive migliori.

*Agenzia Umbria Ricerche

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