Botteghe, il virus della crisi: da inizio anno a Terni hanno chiuso sei artigiani a settimana

La situazione a livello provinciale e regionale. Decreto rilancio, le proiezioni: parrucchieri, falegnami e aziende edili riceveranno tra il 15 e il 20% delle perdite causate dall’emergenza Covid

Quella dell’artigianato è una ferita aperta. Che rischia di aggravarsi nei prossimi mesi sugli strascichi dell’emergenza sanitaria da Covid19. Lo dice la Associazione di artigiani e piccole imprese Cgia di Mestre, analizzando i dati relativi alla nati-mortalità delle imprese nel primo trimestre 2020: il numero complessivo delle imprese artigiane presente in Italia è sceso di 10.902 unità, un dato negativo, tuttavia in linea con quanto registrato nello stesso arco temporale dei 3 anni precedenti. “Ma il peggio - segnala la Cgia - dovrebbe purtroppo sopraggiungere nei prossimi mesi, quando l’effetto economico negativo del Covid si farà sentire con maggiore intensità”.

I numeri della crisi

In dieci anni (2009-2019) in Umbria hanno chiuso i battenti circa quattromila imprese (3.945) con un calo del 16,2%, ossia il terzo dato peggiore in Italia. Peggio dell’Umbria hanno fatto soltanto Sardegna (-8.092 artigiani, -19%) e Abruzzo (-6.788 artigiani, pari a -18,8%). La media nazionale è stata del -12,2%, frutto di una contrazione generalizzata in tutte le regioni d’Italia. Scendendo nel dettaglio di quanto accaduto in questo primo trimestre 2020, emerge che a livello reginale le imprese artigiane che hanno chiuso i battenti sono state 236 (310 iscrizioni a fronte di 546 cessazioni). A livello provinciale, alle 27 imprese artigiane iscritte nel primo trimestre 2020 fanno da contraltare le 99 che abbassato le saracinesche, per un crollo di 72 botteghe, ossia quasi 6 ogni settimana.

Il decreto Rilancio, le proiezioni

Secondo Cgia, anche i tanto attesi contributi a fondo perduto introdotti con il Dl Rilancio a favore delle piccole attività, rischiano di non sortire gli effetti sperati; la dimensione economica del ristoro, infatti, risulta molto contenuta. Le attività che hanno subito il lockdown, nella migliore delle ipotesi coprono solo 1/6 delle perdite sostenute nello scorso mese di aprile.

Le quattro simulazioni sono state realizzate su micro e piccole attività artigiane che nel mese di aprile 2020 sono state obbligate a chiudere l’attività per decreto. Un parrucchiere con un fatturato medio annuo registrato nel 2019 di 70 mila euro e una perdita, aprile 2020 su aprile 2019, di oltre 5.833 euro, riceverà, stando alle disposizioni del “decreto Rilancio”, il 20 per cento di questo disavanzo. In pratica solo 1.167 euro. Un falegname produttore di mobili con un fatturato annuo di 180mila euro e una perdita ad aprile 2020 sullo stesso mese dell’anno scorso di 15mila euro, riceverà, con questo passivo, 3.000 euro, cioè il 20 per cento dei mancati ricavi. Una impresa edile con 450mila euro di fatturato presenta una caduta del fatturato di 37.500 euro. Dalle disposizioni del “decreto Rilancio” riceverà 5.625 euro. Importo ottenuto applicando il 15 per cento sulla perdita. Un’azienda metalmeccanica con ricavi annui di 500mila euro e un disavanzo di 41.667 euro, incasserà dallo Stato 6.250 euro, pari al 15 per cento del disavanzo.

Crisi e famiglie

A preoccupare la Cgia non è solo la mancanza di credito che attanaglia gli artigiani e in generale tutte le Pmi, ma anche le previsioni dei consumi delle famiglie italiane per l’anno in corso. Secondo il Def 2020, infatti, la caduta sarà pari al 7,2 per cento; in termini assoluti il crollo degli acquisti rispetto al 2019 sarà di circa 75 miliardi e a farne le spese saranno soprattutto gli artigiani, i piccoli commercianti e i lavoratori autonomi che vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie. Insomma, i fatturati di queste piccole attività sono destinati a cadere rovinosamente, trascinando verso la chiusura definitiva tantissimi negozi di vicinato. Tutto questo comporterà un problema occupazionale non di poco conto, ma anche un forte abbassamento della qualità della vita. Quando chiudono le botteghe e i piccoli negozi le aree urbane si impoveriscono e diventano terreno fertile per la diffusione del degrado, dell’abbandono e della microcriminalità.

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