Vertenza Sangemini, così la storia delle minerali italiane rischia di affogare in un bicchiere d’acqua

Oggi l’incontro in prefettura, chiesto un vertice al ministero dello sviluppo economico per cercare di capire il futuro del marchio ternano e delle Acque minerali d’Italia. L’allarme: fino ad ora, sacrifici solo dai lavoratori

Lo stabilimento Norda di Gisbenti – in provincia di Vicenza - è da qualche giorno in stato di agitazione: la mancata fornitura di accessori non consente l’imbottigliamento delle acque del Leogra. Insomma, la mancanza di tappi mette sembra essere un’ipoteca pesante sul futuro prossimo dei 60 dipendenti del gruppo Acque minerali d’Italia (Ami), il terzo nella penisola per importanza e produzione.

L’azienda vanta 27 linee di produzione in otto stabilimenti dislocati lungo la penisola e circa 400 dipendenti, un fatturato sui 70 milioni di euro, generato da nove marchi. Oltre a Norda, Gaudianello, Leggera e Toka, nel catalogo di Ami spiccano le acque “nobili” dell’Umbria: Sangemini, Grazia, Fabia, Aura e Amerino. Un anno fa, il gruppo aveva raddoppiato il capitale sociale con l’apporto di 15 milioni di euro, in buona parte conferiti dai soci. E una parte di quei soldi avrebbero dovuto finire in investimenti nello stabilimento di San Gemini. Marketing, nuovi prodotti, altre fette di mercato.

Così almeno diceva l’accordo di programma sottoscritto a novembre 2018 che segnò un passo importante nella trattativa tra azienda e sindacati. “Ma fino ad ora – dicono i sindacati – hanno pagato solo i lavoratori, con grandi sacrifici”. Perché di quell’accordo, l’unica parte rispettata è stata l’apertura della cassa integrazione per 24 mesi. Il resto si è perso, in un bicchiere d’acqua.

Sangemini dunque vive una crisi di liquidità che arriva dalla casa madre, Ami. Una situazione che – almeno sulla carta – appare paradossale. L’Italia infatti detiene il record europeo per il consumo di acqua in bottiglia: 206 litri a testa ogni anno che escono dai 140 stabilimenti presenti nel Paese che producono circa 240 marchi per un giro d’affari stimato in dieci miliardi di euro. Un trend in crescita costante che raggiunge vette più alte soltanto in Messico. Il business, insomma, c’è. Ma nel Ternano, che ospita marchi storici di questo panorama industriale nazionale, non si vede.

Nel 2001, il settore delle acque minerali in Umbria dava lavoro a 193 persone suddivise in 10 stabilimenti. L’impatto occupazionale nel 2013 era lievitato a 327 addetti. Di questi, 130 erano gli occupati diretti della Sangemini spa, ai quali si aggiungevano i 4 della Società per azioni delle acque di San Francesco di Acquasparta. In più, c’erano i 22 addetti della Tione srl di Orvieto. I conti sono presto fatti: poco meno della metà della forza lavoro del mondo delle acque minerali umbre si trovava in provincia di Terni. Le tre aziende imbottigliavano quasi 200 milioni di litri di acqua su un totale regionale prossimo a 1,2 miliardi di litri.

Ad un certo punto, però, il “giochino” si è rotto: nel 2013 la Tione è stata dichiarata fallita, schiacciata da ingorghi societari che hanno trasformato quella che sembrava davvero una importante promessa del settore, in uno stabilimento vuoto e abbandonato. La Sangemini è passata di mano: la famiglia di armatori campani Rizzo-Bottiglieri ha lasciato il passo alla famiglia Pessina – e dunque ad Ami - che il primo marzo 2014 ha inglobato Sangemini e tutto il resto nel gruppo Acque minerali d’Italia, assieme a Gaudianello e Norda. Una crisi che ha travolto anche la Sanfaustino di Massa Martana ma che, realisticamente, poco ha a che fare con motivi di mercato, visto che i consumi – come detto sopra – nel frattempo galoppavano. Semmai, il nodo debole è stata la gestione. Non il mercato.

Le ombre che hanno fino ad ora “sfiorato” il marchio Sangemini, e gli altri del gruppo, adesso sembrano addensarsi in maniera drammaticamente concreta. Il cuore della questione sembra essere una crisi di liquidità del gruppo. Crisi di liquidità che si ripercuote su tutte le aziende del gruppo. Contorni concreti, al momento, però non ce ne sono. Il management di Ami sembra infatti non avere avuto una interlocuzione diretta con le rappresentanze dei lavoratori, seppure qualche indiscrezione sembra filtrare. Ci sarebbero trattative in corso per vendere “pezzi” di azienda così da incassare soldi freschi utili a rimettere in moto la macchina. Dalle trattative Sangemini sarebbe esclusa. Ma il condizionale appare d’obbligo per ogni passaggio.

Per questo oggi i sindacati saranno dal prefetto di Terni: per chiedere un coinvolgimento istituzionale che spinga la proprietà a venire al tavolo della discussione e a cominciare a scoprire le carte che si stanno tentando di giocare.

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Allo stesso modo, le segreterie nazionali di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil hanno chiesto alla dottoressa Alessandra Todde, sottosegretario allo sviluppo economico, e all’ingegner Giorgio Girgis Sorial la convocazione di un incontro urgente a cui partecipi il Gruppo Acque Minerali d’Italia “per la situazione di forti difficoltà in cui si sta trovando”.

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