Lunedì, 26 Luglio 2021
Economia

Effetto Covid per bar, alberghi e ristoranti: un’azienda su tre a Terni è senza un soldo in cassa

L’economia del territorio nel dossier della Banca d’Italia: il “rischio illiquidità” è più alto nella città dell’acciaio che nel resto dell’Umbria. Il dettaglio della ricerca economica

“La sospensione delle attività non essenziali imposta tra il 26 marzo e il 3 maggio 2020 per contenere la diffusione della pandemia ha sottoposto le aziende coinvolte a un elevato stress finanziario”.

C’è anche questo aspetto tra i tanti analizzati dal dossier della Banca d’Italia sulla situazione dell’economia regionale. Attraverso questa analisi, la ricerca economica è andata a verificare quello che viene definito il “rischio illiquidità”. “Si definiscono a rischio di illiquidità – dice Bankitalia - le imprese che al termine di un periodo di sospensione dell’attività pari a un mese, registrano nelle simulazioni un valore negativo delle disponibilità liquide”.

“Queste da una parte hanno visto potenzialmente azzerata la possibilità di generare ricavi – spiega la ricerca - dall’altra sono state chiamate a fronteggiare esborsi finanziari non rinviabili, attingendo a risorse proprie o a linee di credito disponibili”.

In Umbria il 22,9 per cento delle imprese è risultato a rischio di illiquidità, un valore in linea con quello nazionale. Tale quota è eterogenea tra settori, classi dimensionali e classi di rischio (figura, pannello a). L’incidenza è sensibilmente superiore tra le microimprese (25,6 per cento). A differenza del resto del Paese, le imprese grandi – che non beneficiano della moratoria prevista dal decreto “cura Italia” – sono a minore rischio di illiquidità (17,2 contro 26,3 in Italia).

“I valori più elevati – spiega poi il dossier - si registrano in provincia di Terni (28,9 per cento) e, tra i settori, nel terziario (26,8), in particolare per le imprese del commercio, dell’alloggio e della ristorazione. La percentuale di imprese potenzialmente illiquide cresce sensibilmente all’aumentare del grado di rischiosità. In Umbria tale quota supera il 30 per cento per le aziende classificate come rischiose o vulnerabili, valore quasi triplo di quello stimato per le imprese sicure”.

La situazione dell’Umbria

In Umbria gli effetti a breve e lungo termine dell’emergenza Covid saranno più pesanti rispetto alle regioni del Nord e delle confinanti Toscana e Marche. Bankitalia, nel report, ha spiegato che il Covid ha colpito nel momento in cui l'Umbria stava registrando una parzialissima ripresa: “La pandemia ha colpito l’economia dell’Umbria in una fase di ripresa ancora debole. Nel 2019 il Pil era aumentato dello 0,5 per cento, secondo i dati di Prometeia. Nell’industria erano tornati a flettere il valore aggiunto (-0,7 per cento) e il fatturato (-2 per cento). Le esportazioni (-1,3 per cento in termini reali) avevano interrotto una lunga fase di espansione, per il forte calo delle vendite nei settori dei metalli e dei mezzi di trasporto. L’indebolimento della congiuntura e la diffusa incertezza avevano negativamente condizionato l’accumulazione di capitale, frenando i nuovi investimenti (-13,2 per cento). Nell’edilizia e nell’agricoltura era proseguito il parziale recupero dell’attività iniziato l’anno precedente (+2,8 e +4,2 per cento, rispettivamente) mentre nei servizi la crescita aveva rallentato (+0,6 per cento)”.

L’unico dato positivo, prima del Covid, era quello relativo all’occupazione: dopo due anni di stabilità, l’occupazione era cresciuta in maniera robusta (+2,2 per cento) seppur “l’incremento aveva riguardato soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, favorito dalle trasformazioni dei rapporti a termine”.

Ma ad inizio anno, nonostante una mini-ripresa, le famiglie umbre “consideravano - secondo Banca d'Italia - ancora soddisfacente la propria situazione economica”. La situazione si è capovolta. La grande preoccupazione ora è il lavoro. “Il massiccio ricorso alla cassa integrazione, nei primi quattro mesi superiore di otto volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e il divieto di licenziamento hanno salvaguardato le posizioni a tempo indeterminato. L’emergenza ha comportato sin da subito un incremento degli scoraggiati che si è riflesso in un calo della partecipazione al mercato del lavoro”.

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