Lavoro a Terni, il 2017 è peggio del 2016: “Mille occupati persi e meno imprese attive”

Cgil vs Confindustria. Romanelli: “Nel 2018 nuovi settori in calo, proponiamo grande conferenza cittadina”

La crisi c’è e si vede. È una situazione fatta di alti e bassi, di luci e ombre, che “continua a mordere” e si appropria di nuovi spazi e categorie.

La fotografia delle imprese in difficoltà e di un’occupazione sempre più precaria nella realtà ternana è quella scattata dalla Cgil, sui dati dell’Osservatorio provinciale sull’economia e dell’Inps.
Tra il 2015 e il 2017 abbiamo bruciato 3 mila occupati nella nostra provincia – spiega Alessandro Rampiconi della segreteria provinciale – e aumentano sempre di più le persone in cerca di lavoro, che passano da 4 mila a 11 mila”.

Da qui la proposta della Cgil di Terni che, nel suo percorso congressuale concluso la settimana scorsa, ha analizzato i dati economici del territorio: “Finora nelle tante vertenze aperte abbiamo giocato un ruolo difensivo, cercando di ridurre i danni. Ma è tempo di andare al contrattacco, organizzando una grande conferenza cittadina sullo stato economico del territorio per costruire insieme risposte in grado di risollevare la nostra comunità che è oggettivamente in grande difficoltà, ragionando su investimenti e progetti di rilancio”.

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I dati: Cgil vs Confindustria

Meno occupati, più persone in cerca di occupazione e un “nuovo” lavoro sempre più precario e instabile. E a soffrire maggiormente la crisi le donne, con una differenza salariale media di quasi 37 punti percentuali rispetto agli uomini, ossia con un guadagno di oltre 8 mila euro in meno.

È questa la sintesi dei dati presentati in conferenza stampa: “Non siamo uccellacci del malaugurio – commenta Attilio Romanelli, segretario generale della Cgil Terni – ma non possiamo essere disattenti rispetto a quello che avviene nella nostra provincia. Cerchiamo di capire come intervenire”.

Oltre alla quantità – con un enorme incremento della disoccupazione nel medio periodo, tra il 2005 e il 2017 –  a preoccupare è anche la qualità del lavoro: le assunzioni a tempo indeterminato (o meglio a “tutele crescenti”) sono sempre più marginali, appena mille su 14 mila nel 2017. In calo costante negli ultimi anni anche il numero delle imprese attive sul territorio provinciale, scese a 18.227 nel 2017 (erano oltre 19 mila nel 2016).

Ed è polemica con Confindustria: “Il quadro è molto diverso da quello descritto recentemente dal presidente di Confindustria Umbria che ha parlato di chimica, siderurgia e tessile come settori che non hanno sentito la crisi – prosegue – qui a Terni la situazione è ben diversa, come dimostra il riconoscimento di area di crisi complessa e come ci dicono tutte le elaborazioni statistiche”.

Per il 2018 ancora non ci sono dati consolidati, ma qualche considerazione già si può fare: “Oggi per la prima volta nuovi settori iniziano a conoscere la crisi – aggiunge Romanelli – come quello del cluster della nautica e del lusso, dove le imprese iniziano a fare cassa integrazione e ristrutturazioni. La crisi continua a mordere, non ne siamo usciti. La controtendenza ci sarà nel momento in cui riusciremo ad arrivare agli occupati del 2005, un anno prima che iniziasse la crisi. E ne mancano ancora mille”.

Meno soldi per i matrimoni e per la formazione

Accanto ai dati sull’occupazione e sul lavoro ci sono poi altri indicatori da tenere in considerazione: “Sono elementi comuni in tutta la regione, come il bassissimo livello di investimenti privati nel sistema industriale – prosegue Romanelli – che inducono a pensare ad un cambio di strategia nelle politiche economiche del nostro territorio”.

Tra questi il “calo preoccupante dei matrimoni, dettato non da una libera scelta ma da condizioni economiche difficili. Le famiglie inoltre, proprio per questo stesso motivo, hanno iniziato a spendere di meno nel processo di formazione dei propri figli, che vuol dire nella scuola e nelle attività culturali”.

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Un ultimo numero: il reddito pro capite medio in Umbria è di 23.900 euro, il più basso rispetto alle regioni circostanti. “Significa che non è solo Terni – conclude il segretario generale della Cgil – ma è tutta l’Umbria a regredire in maniera preoccupante”.

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