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Domenica, 27 Novembre 2022
Economia

Novamont, al via la cassa integrazione per 124 lavoratori dello stabilimento della Polymer: “Costretti a ridurre l’attività”

Tredici le settimane di Cig per i dipendenti della Novamont, a partire dal prossimo 1 luglio. Le motivazioni enunciate dall’azienda

Scatta la cassa integrazione ordinaria, per tredici settimane alla Novamont - a partire dal 1 luglio - per tutti i 124 lavoratori. Il perdurare di una situazione di forte incertezza, del mercato di riferimento e nonostante gli interventi messi in campo dall’azienda per fare fronte all’incremento dei costi delle materie prime e dell’energia, agli effetti della guerra in Ucraina e alla situazione sempre più insostenibile delle condizioni economiche del sito industriale Polymer “Novamont - scrive in un comunicato l’azienda - si vede purtroppo costretta a ridurre, sia pure temporaneamente, la propria attività nello stabilimento produttivo di Terni”.

L’azienda elenca i punti critici della situazione. Sono diversi i fattori negativi e distorsivi che si stanno simultaneamente combinando, tra l’altro in senso opposto alle linee del Green Deal, e che costringono l’azienda ad assumere, a titolo cautelativo, tale decisione. In primis il fortissimo incremento delle materie prime e in particolare dei costi dell’energia (nonostante le misure messe in campo sin dal primo semestre dello scorso anno). Successivamente l’immissione sul mercato di prodotti di origine fossile a elevato impatto ambientale, provenienti dall’Asia, a prezzi che fanno chiaramente congetturare azioni di dumping.

Inoltre l’effetto perverso dei costi per l’acquisto dei crediti CO2 che pesano sulle produzioni Novamont nonostante nel 2021 l’incidenza delle materie prime rinnovabili abbia raggiunto il 58% della produzione, con lo sviluppo di prodotti il cui contributo rilevante alla decarbonizzazione non è considerato ai fini del calcolo delle emissioni di CO2 complessive. Relativamente a questo aspetto va inoltre sottolineato che i prodotti ad alto impatto e totalmente di origine fossile provenienti dall’Asia non devono pagare alcun costo della CO2. La diffusa illegalità sia nel mercato degli shopper – che secondo le analisi di Assobioplastiche registra ancora la presenza di circa un 30% di prodotti (pari a circa 25.000 ton) fuorilegge - sia in quello interessato dal recepimento della direttiva SUP (single use plastic) in Italia.

Infine il perdurare di una situazione di incertezza, per tutto il comparto delle bioindustrie per la bioeconomia circolare, a tutt'oggi privo di un riconoscimento formale che permetta di identificare origine e valore economico e ambientale generato dall’intera filiera italiana.

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