Ast, si riapre il ballo delle pretendenti: prima gli italiani

Arvedi e Marcegaglia tornano in pista, sindacati perplessi sull'operazione tra le incognite finanziarie e l'incubo "spezzatino". Sullo sfondo l'asse con Piombino e i "soliti" coreani

Eccola di nuovo lì. Messa in un angolo dal "fidanzato" di una vita, lasciata e poi ripresa, struccata dalle lacrime (e "sangue"), rimessa in sesto da un abito nuovo, "sartoriale", per farla più bella davanti a nuovi, si fa per dire, pretendenti. Si accende la musica e ricomincia il valzer.

Quello dei potenziali acquirenti di Ast che nel giro di tre giorni è di nuovo ritornata al centro del mercato dell'acciaio alla faccia delle raccomandazioni fatte martedì al tavolo del ministero dal capo delle relazioni esterne Peter Sauer di non alimentare voci potenzialmente dannose sulla vendita. "Terni non è strategica ma non vendiamo", aveva detto. I sindacati glielo hanno fatto ripetere confidando in un errore della traduzione. "Non vendete?", la domanda. "Ja", la replica secca. Come se dieci mesi prima non fosse stato l'allora capo di ThyssenKrupp, Hiesinger, ad annunciare a tutti che lo stabilimento di viale Brin fosse sul mercato dopo aver scritto per tre anni di seguito nei bilanci che non era strategico. Ma è pur vero che diverse cose sono cambiate dal novembre 2017 a partire da Hiesinger. 

Prima gli italiani? 

Con chi ce l'avesse Sauer non si è capito fatto sta che in rapida successione sono state rilanciate tutte le opzioni sul tavolo oggi sugli eventuali acquirenti dello stabilimento di viale Brin. Prima ci ha pensato il dirigente del Mise, Giampietro Castano, a rimettere in pista il gruppo Arvedi, subito dopo "benedetto" anche dalle parole del presidente uscente di Federacciai, Antonio Gozzi. Quindi oggi le dichiarazioni di Antonio Marcegaglia interessato all'acquisto delle acciaierie valutando anche collaborazioni. Come sempre quando si è parlato di vendere Ast. In meno di 72 ore dunque si è già ricostruita - ammesso che già non lo fosse - due terzi della cordata che nel 2013 manifestò interesse per lo stabilmento di viale Brin che i finlandesi di Outokumpu non potevano tenersi per via dei vincoli dell'Antitrust. Manca il terzo soggetto che allora peraltro era il principale ovvero i lussemburghesi di Aperam, spin off inox del gruppo Arcelor Mittal, quello che ora è il proprietario dell'Ilva di Taranto. Oggi la terza pedina, si sussurra, potrebbe essere la Cassa depositi e prestiti in una cordata tutta italiana come auspicato da più parti affinché Terni non finisca in mano straniera, compreso il deputato ternano di Fi, Raffaele Nevi che oggi su Facebook ha commentato l'interesse di Marcegaglia "una bella notizia". Ma a quale prezzo (non solo di vendita)?

Sindacati perplessi

"Marcegaglia non ha la capacità economica per sostenere Ast - afferma senza mezzi termini Daniele Francescangeli dell'Ugl - che ha un fatturato da 1,8 miliardi per produrre, tra una serie di problemi, 88 milioni di utili. Poi in questo momento hanno stabilimenti con lavoratori in cassa integrazione e in contratto di solidarietà. A loro manca la parte fusoria ma cosa farebbero poi con i fucinati? Si farebbe concorrenza da sola con le produzioni di Ast come quelle del Tubificio? E' vero che sono il nostro maggior cliente ma noi vendiamo anche ai concorrenti di Marcegaglia. Non vorrei che si riproponesse la situazione di qualche anno fa con ThyssenKrupp quando Ast forniva acciaio di qualità a prezzi modesti a Mexinox, Alabama e Tks mentre Nirosta, Bochum e Kretzfeld vendevano sul mercato a prezzo pieno. Loro guadagnavano e noi rimettevano 100 milioni di euro l'anno. Anche la cordata con Arvedi non la vedo in grado di gestire il mercato dell'inox a meno che non si voglia riaprire subito un'altra vertenza sulla riduzione degli occupati e della produzione".

Con Marcegaglia in campo l'incubo "spezzatino" ritorna come del resto cinque anni fa. "L'ipotesi che Marcegaglia sia interessata al Tubificio non è peregrina ma è scellerata per Ast", commenta Claudio Cipolla, segretario della Fiom Cgil, che non vuole stare a sentire le "sirene" mantovane. "Troppe voci - dice - a luglio si diceva che ci avevano già venduto ai coreani di Posco, solo gossip. Oggi chiunque può dire di essere interessato poi andranno verificate le condizioni. Sono abituato a fare attività sindacale su atti concreti e quando sarà aperta la procedura di vendita e ci saranno manifestazioni di interesse le commenteremo". 

"Ma quando lo abbiamo mai smesso il balletto? C'è anche chi sostiene che si possa arrivare a un asse con Piombino quando nel 2020 saranno aperti i nuovi forni elettrici e fare la parte fusoria lì e qui la parte fredda", afferma il coordinatore delle rsu di viale Brin, Marco Bruni della Fismic, che torna poi sui numeri forniti dall'ad Burelli nel tavolo al Mise. "Ha parlato di un milione di fuso - commenta - ma dopo la ripresa ci sono ancora alcuni impianti fermi e la situazione che descrive non si sposa con la realtà che viviamo tutti i giorni. Anche sul progetto delle scorie non vedo tutto questo ottimismo che si diffonde. E se si attendono buoni risultati anche per quest'anno perché non riapriamo la trattativa sulla piattaforma integrativa per il personale?". Rincara la dose Emanuele Pica dell'Usb. "I 190 milioni di investimenti di cui parla Burelli sono in realtà manutenzioni straordinarie", dice. "Noi - prosegue - siamo per nazionalizzare gli asset strategici di questo Paese come Ast, che non significica tornare indietro alle partecipazioni statali. E chiunque sia il proprietario dovrà affrontare la questione ambientale. Terni non è Taranto ma su alcune situazioni occorre dare delle risposte".

"La storia ci insegna la massima prudenza - chiosa Simone Liti della Fim Cisl - del resto in passato, nel giro di pochi minuti, siamo stati riacquistati da Tk mentre ci scambiavamo le fedi con Aperam. Fa piacere che qualcuno si interessi ad Ast ma poi bisognerà vedere il piano industriale e di sviluppo".  

I tempi

L'accellerazione degli ultimi giorni sui nomi dei potenziali interessi tuttavia contrasta non solo con le dichiarazioni dei rappresentanti di Tk, che potrebbero essere dovute a una strategia di mercato per far alzare il prezzo della contesa, ma soprattutto con i tempi della multinazionale tedesca. Entro il mese di settembre è atteso il nome del sostituto alla presidenza del dimissionario comitato di sorveglianza Ulrich Lehner dopodiché ci sarà da capire, non prima di novembre si dice, se il ceo ad interim del gruppo, Guido Kerkhoff, resterà in sella oppure sarà sostituito. Le ultime mosse, con la separazione della divisione sottomarini da quella industriale gradita agli azionisti, e i diversi rifiuti da parte di potenziali candidati, avrebbero fatto salire le quotazioni di una conferma di Kerkhoff che soltanto due giorni fa ha dovuto smentire il vociferato ritiro della multinazionale tedesca dalla joint venture con gli indiani di Tata Steel. "Al contrario - ha detto alla Reuters a margine di un evento aziendale a Duisburg - stiamo continuando a implementare la joint venture con Tata Steel con tutte le nostre forze". Se e quando poi Ast sarà messa sul mercato i tempi della procedura non dovrebbero essere corti, almeno un anno secondo chi fa notare che l'azienda ha deciso di rinnovare per quella durata i contratti dei lavoratori interinali che andavano a scadenza.

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Il prezzo

E quanto varrebbe poi l'acciaieria di Terni? Le ultime stime (quasi) certe si possono far risalire ai tempi della vendita a Outokumpu quando i finlandesi avevano messo a bilancio un valore intorno ai 500 milioni di euro, una cifra nemmeno sfiorata dalla cordata Aperam-Arvedi-Marcegaglia che fu molto inferiore ai 200 milioni e venne infatti rifiutata. Ma allora Ast perdeva circa 100 milioni di euro l'anno, fardello che si è trascinata per otto anni, oggi - da tre bilanci - fa utili. C'è poi da capire le sorti della Divisione Materials Service di Tk, l"emporio" della multinazionale tedesca di cui fa parte viale Brin che è allo stesso modo sul mercato e guardato con interesse da importanti distributori americani e tedeschi che tuttavia delle acciaierie di Terni se ne farebbero ben poco. In ogni caso servono i soldi, tanti, e come hanno spesso sottolineato gli esperti, chi avrebbe la forza economica di fare l'operazione da sola sarebbe la coreana Posco. In alternativa serve un partner finanziario, come potrebbe essere la Cdp per la cordata italiana o magari il fondo statunitense Elliott, azionista di Tk e rappresentato in Italia dall'ex ad di Ast Lucia Morselli che di certo conosce bene la situazione nella Conca. 

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