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Venerdì, 19 Aprile 2024
Economia

Terni, la “strage” delle botteghe: negli ultimi dieci anni sono spariti due artigiani a settimana

Le professioni più colpite: calzolai, tappezzieri, falegnami e sarti. Il dossier della Cgia di Mestre: trecentomila saracinesche abbassate in tutta Italia: i dettagli

C’erano una volta le botteghe. Con dentro falegnami, sarte, tappezzieri e calzolai. Oggi, quei mestieri stanno scomparendo, neanche troppo lentamente. Visto che ad esempio a Terni e nel territorio della provincia negli ultimi dieci anni hanno abbassato le serrande – in media – due attività a settimana.

“Fiaccati dal boom degli affitti, dalle tasse, dall’insufficiente ricambio generazionale, dalla contrazione del volume d’affari provocato dalla storica concorrenza della grande distribuzione e, da qualche anno, anche dal commercio elettronico, gli artigiani stanno diminuendo in

maniera spaventosa. Negli ultimi 10 anni, infatti, il numero dei titolari, dei soci e dei collaboratori artigiani iscritti all’Inps è crollato di quasi 300mila unità, per la precisione 281.9251. È un’emorragia continua che sta colpendo, in particolar modo, l’artigianato tradizionale, quello che con la sua presenza, storia e cultura ha contrassegnato, sino a qualche decennio fa, tantissime vie delle nostre città e dei paesi di provincia”. A dirlo è l’ufficio studi della Associazione artigiani e piccole imprese Cgia di Mestre, che ha approfondito i numeri di questa “strage”.

Secondo il dossier elaborato dall’associazione, in Umbria il numero di artigiani è passato da 32.380 del 2012 a 26.780 del 2021, con una riduzione del 17 per cento (la settima più alta d'Italia dove la media è -15%) pari a -5.500 unità. A livello provinciale, nel 2012 a Terni c'erano 7.398 imprenditori artigiani, scesi a 6.247 nel 2021 (-1.142, pari ad una riduzione del 15,5%). A Perugia la riduzione è stata ancora più evidente, infatti si è passati da 24.891 "botteghe" a 20.533 (-4.358, pari a -17,5%).

Allargando lo sguardo alla situazione nazionale, le province più colpite dalla riduzione del numero degli artigiani sono state Rovigo (-2.187 pari a una variazione del -22,2 per cento), MassaCarrara (-1.840 pari a -23 per cento), Teramo (-2.989 pari a -24,7 per cento), Vercelli (-1.734 pari a -24,9 per cento) e Lucca (-4.945 pari a -25,4 per cento). Delle 103 province monitorate in questo ultimo decennio, solo Napoli ha registrato una variazione positiva (+58 pari al +0,2 per cento).

“Sono molti i mestieri artigiani in via di estinzione e le cause che hanno provocato questa situazione sono molteplici – rileva la Cgia - Innanzitutto sono cambiati i comportamenti d’acquisto dei consumatori, dopodiché le nuove tecnologie hanno spinto fuori mercato tante attività manuali e la cultura dell’usa e getta ha avuto il sopravvento su tutte le altre, penalizzando, in particolar modo, coloro che del riuso e della riparazione di oggetti e attrezzature ne avevano fatto una professione”. In sintesi, segnala l’ufficio studi della Cgia, i mestieri artigiani tradizionali in declino sono: autoriparatori (verniciatori, battilamiera, meccanici, etc.), calzolai, corniciai, fabbri, falegnami, fotografi, impagliatori, lattonieri, lavasecco, materassai, orafi, orologiai, pellettieri, restauratori, ricamatrici, riparatori di elettrodomestici, sarti, stuccatori, tappezzieri, tipografi e vetrai.

“Per contro, invece, i settori artigiani che stanno vivendo una fase di espansione importante sono quelli delle aree appartenenti al benessere e all’informatica. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un forte aumento degli acconciatori, degli estetisti, dei massaggiatori e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Purtroppo – è la conclusione dell’approfondimento - l’aumento di queste attività è insufficiente a compensare il numero delle chiusure presenti nell’artigianato storico, con il risultato che la platea degli artigiani è in costante diminuzione”.

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