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Venerdì, 27 Gennaio 2023
Economia

Le pensioni “battono” gli stipendi, quindici ternani su cento hanno più di settantacinque anni

Terni si posiziona ai primi posti tra le città italiane per percentuale di grandi anziani. I numeri: 106mila assegni di quiescenza per 86mila occupati

La città dell’acciaio ha sempre più i capelli bianchi. Fra le prime in Italia per numero di “grandi anziani”, ossia gli over 75, questo trend potrebbe presto avere un impatto negativo sui conti pubblici e sulla tenuta del sistema socio economico del territorio.

Il calo demografico e il rallentamento dei flussi in ingresso hanno riportato la popolazione sotto la soglia dei 110mila residenti, ai livelli del 2006. In attesa dei dati relativi al 2022, è possibile verificare che nel 2021 sono nati 638 bambini, il 3% in più rispetto al 2020. La natalità seppure in lieve crescita, non interrompe però il trend negativo iniziato ormai da parecchi anni che ha portato a registrare valori bassissimi di nati se messi a confronto con quelli registrati negli anni ’70 e ’80 quando il numero di residenti era pari a quello attuale.

All'inverno demografico si accompagna un incremento dell'età media della popolazione che si sposta sempre più avanti, piazzandosi oggi a 48 anni. Non soltanto mediamente la popolazione ha un’età avanzata ma Terni si posiziona tra le città italiane con popolazione più anziana e ai primi posti per percentuale di grandi anziani (ultra75enni). L’indice di vecchiaia, costantemente in crescita, nel 2021 ha effettuato un notevole balzo in avanti passando da 241 a 248, valore molto al di sopra della media nazionale e tra i più alti d’Italia. Infatti l’indice di vecchiaia dell’intero Paese ci dice che ogni 100 giovani tra 0 e 14 anni vi sono 183 anziani over 65 mentre quello riferito a Terni che ve ne sono ben 248. Un altro indicatore che assume valori preoccupanti a causa dell’invecchiamento della popolazione è l’indice di carico che misura il peso della popolazione non attiva su quella invece in età lavorativa: in città ogni 100 residenti tra i 15 e 64 anni (potenzialmente attivi) ce ne sono 72,4 appartenenti alle classi 0-14 e 65 e oltre (inattivi).

A proposito, una recente elaborazione dell’ufficio studi dell’associazione di artigiani e piccole imprese Cgia di Mestre, evidenzia come in città il numero di pensioni erogate sia superiore a quello degli occupati. Cgia rileva infatti che a livello regionale, il numero di pensioni erogate (401mila) è di 47mila unità superiore al numero di occupati (354mila). A livello territoriale, le pensioni erogate a Terni sono 106mila a fronte di 86mila occupati (-22mila) mentre a Perugia le pensioni erogate sono 295mila a fronte di 271mila occupati (-24mila).

Un problema che – evidentemente – non interessa solo la conca o il cuore verde d’Italia, ma anche altre realtà del Belpaese: “Anche se di sole 205mila unità, a livello nazionale il numero delle pensioni erogate agli italiani (pari a 22 milioni e 759mila assegni) – spiega il dossier di Cgia - ha superato la platea costituita dai lavoratori autonomi e dai dipendenti occupati nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi (22 milioni 554 mila addetti). I dati sono riferiti al 1° gennaio 2022”.

A livello territoriale, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un numero di occupati inferiore al numero degli assegni pensionistici erogati. In termini assoluti le situazioni più “squilibrate” si verificano in Campania (saldo pari a -226mila), Calabria (-234mila), Puglia (-276mila) e Sicilia (-340mila). Nel Centro-Nord, invece, solo Marche (-36mila), Umbria (-47mila) e Liguria (-71mila) presentano una situazione di criticità. Per contro, tutte le altre sono di segno opposto: le situazioni più “virtuose” – vale a dire dove i lavoratori attivi sono nettamente superiori alle pensioni erogate - si scorgono in Emilia Romagna (+191 mila), Veneto (+291 mila) e Lombardia (+ 658 mila).

A livello provinciale, infine, le situazioni più compromesse che si registrano al Nord riguardano Biella (-14mila), Savona (-18mila) e Genova (-38mila). Tra le realtà più virtuose, invece, ci sono Bergamo (+83 mila), Brescia (+111 mila) e Milano (+299 mila). Nel centro – ooltre a Terni e Perugia - spiccano le difficoltà di Macerata (-14mila), mentre dal saldo con segno positivo spicca il risultato riferito alla provincia di Roma (+ 275mila). Nel Mezzogiorno, infine, le situazioni più squilibrate riguardano Palermo (-80mila), Reggio Calabria (-86mila), Messina (- 94mila), Lecce (-104mila) e Napoli (-137mila). Tra tutte le 38 realtà provinciali del Sud, solo due presentano un saldo positivo: esse sono Ragusa (+8mila) e Cagliari (+10mila).

“Un Paese che registra una popolazione sempre più anziana – rileva l’associazione di categoria - potrebbe avere nei prossimi decenni seri problemi a far quadrare i conti pubblici. In particolar modo a causa dell’aumento della spesa pensionistica, di quella farmaceutica e di quella legata alle attività di cura/assistenza alla persona. Va altresì segnalato che con una presenza di over 65 molto diffusa, alcuni importanti settori economici potrebbero subire dei contraccolpi negativi (…). Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sta provocando anche un altro grosso problema. Da tempo, ormai, gli imprenditori - non solo al Nord - denunciano la difficoltà di trovare sul mercato del lavoro personale altamente qualificato e/o figure professionali di basso livello. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali a causa del disallineamento che in alcune aree del Paese si è creato tra la scuola e il mondo del lavoro, per le seconde, invece, sono posti di lavoro che spesso i nostri giovani, peraltro sempre meno numerosi, rifiutano di occupare e solo in parte vengono coperti dagli stranieri. Una situazione che con la congiuntura economica negativa alle porte potrebbe essere destinata a rientrare, sebbene in prospettiva futura la difficoltà di incrociare la domanda e l’offerta di lavoro rimarrà una questione non facile da risolvere”.

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