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Ricoveri e terapie intensive, così il Coronavirus ha “stressato” gli ospedali dell’Umbria

Le strutture sanitarie della regione messe a confronto con quelle di Liguria, Marche e Veneto, analisi di Aur: “La campagna vaccinale dovrebbe ridurre il numero di casi gravi”

Luca-Scrucca-128-2La pandemia Covid19 è stata e continua ad essere una emergenza sanitaria, economica, sociale, a livello mondiale. Se la regione Umbria è stata toccata solo marginalmente dalla prima ondata della primavera 2020, a partire dall’autunno 2020 abbiamo purtroppo osservato gli effetti nefasti verificatisi già in altre zone del nostro Paese nei mesi precedenti. Infatti, se durante la prima ondata il lockdown nazionale, unito alla localizzazione dei contagi nella zona nord della penisola, aveva risparmiato buona parte del centro e del sud del Paese, Umbria inclusa, le successive ondate si sono diffuse più uniformemente nel territorio italiano, anche se in tempi e modi differenti. Questo è verosimilmente dovuto sia alle diverse strategie di contenimento dell’epidemia messe in atto dalle diverse Regioni, in parte dipendenti dalle zone di rischio introdotte con il Dpcm del 6 novembre 2020, sia alle diverse organizzazioni e livelli di efficienza dei sistemi sanitari regionali.

In questo breve contributo si è tentato di sviluppare un’analisi statistica comparando l’andamento dell’epidemia in Umbria e i suoi effetti sul sistema ospedaliero regionale con quanto avvenuto in altre regioni italiane. In questa comparazione, per semplicità di esposizione, si sono incluse le regioni Liguria, in quanto con una struttura di popolazione simile caratterizzata da una forte presenza di anziani, le Marche, per vicinanza geografica, e il Veneto, in quanto esposta sin dalla prima ondata della primavera 2020 a diverse ondate pandemiche che hanno sottoposto il sistema sanitario regionale a periodi di forte stress.

La fonte di dati utilizzata per il numero dei tamponi molecolari, il numero dei positivi ai tamponi, il numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva e di quelli ospedalizzati in area non critica, è quella fornita giornalmente dal dipartimento della protezione civile. I tamponi considerati nell’analisi sono solo quelli molecolari, sebbene a partire dal 15 gennaio 2021 sono disponibili anche i dati dei test antigenici. Tale scelta è motivata da un lato con l’esigenza di garantire la confrontabilità del dato rispetto al periodo antecedente, dall’altro lato è connessa con il fatto che i dati inerenti i tamponi antigenici non appaiono sufficientemente affidabili. In Umbria, ad esempio, non si registra alcun positivo ai test antigenici dal 15 gennaio.

Per quanto riguarda il numero di posti letto disponibili a livello regionale, si sono utilizzati i dati pubblicati dalla Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali che si riferiscono alla rilevazione giornaliera del ministero della salute.

In relazione a l’andamento del tasso di positività negli ultimi mesi per le regioni prese in esame (rapporto percentuale tra numero di nuovi positivi e numero di tamponi molecolari analizzati) si può notare come in Umbria si è raggiunto il valore massimo di circa il 15% all’inizio di novembre, dopodiché il tasso è sceso fino a raggiungere il 5% a fine anno. In seguito, a causa del diffondersi di nuove e più contagiose varianti (inglese e brasiliana) e dei diversi focolai ospedalieri e nelle Rsa, si è assistito ad un aumento repentino che ha portato il valore del tasso tra l’8% e il 10% all’inizio di febbraio. Nelle ultime settimane, anche a seguito dell’introduzione della zona rossa nella provincia di Perugia e in alcuni comuni del Ternano, è iniziata una lenta discesa che si spera possa proseguire anche nelle prossime settimane.

Se confrontiamo l’andamento dell’Umbria con le altre regioni, si nota che il tasso di positività del febbraio 2021 non è stato particolarmente elevato, sia se confrontato con quello delle Marche nel medesimo periodo, sia se confrontato con i valori della Liguria e del Veneto. In particolare, in quest’ultima regione si osserva un lungo periodo in cui il tasso di positività si è attestato oltre il 20%, e solo a partire dall’inizio del 2021 si assiste ad un deciso calo che porta il tasso vicino al 5%. Nelle ultime settimane si nota però un incremento che colloca l’incidenza di positivi al tampone molecolare oltre il livello dell’Umbria per tutte le altre tre regioni. In particolare, la regione Marche, con un tasso di positività quasi sempre superiore all’Umbria, vede ad una forte crescita con valori oltre il 15% dall’inizio di marzo. Infine, si può notare che in Umbria la cosiddetta “terza ondata” presenta un livello di incidenza inferiore di circa il 50% rispetto al picco della “seconda ondata”, mentre è stato di circa la metà rispetto ai livelli massimi osservati in Veneto. Anche Liguria e Marche hanno avuto picchi più alti nel mese di novembre.

Un altro parametro importante dal punto di vista epidemiologico è l’incidenza settimanale dei nuovi casi per 100mila abitanti. Si nota una forte similarità tra la curva epidemiologica dell’Umbria e della Liguria fino alla metà di gennaio 2021. Al contrario, il Veneto presenta una forte incidenza da novembre alla fine dell’anno, anche oltre i 500 casi per 100mila abitanti, seguita da una repentina discesa all’inizio dell’anno e da una decisa risalita nelle ultime settimane. Le Marche risultano più stabili nel periodo con valori quasi sempre al di sotto della soglia dei 250 casi ogni 100mila abitanti, soglia che viene però superata nelle ultime settimane.

C’è comunque da sottolineare che l’incidenza calcolata a livello regionale nasconde e compensa le diversità a livello provinciale e comunale, come ad esempio quella osservata tra la Provincia di Perugia e quella di Terni a partire dalla fine di gennaio 2021.

Quindi, tutto sommato la situazione umbra non appare essere peggiore di quanto osservato nelle altre regioni, soprattutto Veneto e Marche, in termini di incidenza dell’epidemia. Il discorso cambia invece se guardiamo all’impatto avuto sul sistema ospedaliero.

La cosiddetta “terza ondata” in Umbria ha richiesto un numero maggiore di ricoveri ospedalieri di quanto accaduto a novembre, raggiungendo un valore di circa 60 ospedalizzazioni ogni 100mila abitanti. Lo stesso valore si è osservato per tutto il mese di dicembre in Veneto. Ciò che cambia è la saturazione, attestandosi intorno al 50% in Veneto e oltre il 60% in Umbria. Anche le Marche presentano un picco massimo intorno al 50% di occupazione, con valori costantemente oltre la soglia di allerta a partire da novembre e con un picco di oltre il 70% di occupazione nell’ultima settimana. La Liguria, invece, raggiunge un picco di oltre l’80% a metà novembre, seguito però da un repentino calo che ha portato i livelli di occupazione al di sotto della soglia critica a partire da metà gennaio 2021.

Se spostiamo la nostra attenzione sulle terapie intensive, il divario tra l’Umbria e le altre regioni considerate diventa ancora più evidente in quest’ultimo periodo. Si nota come in Umbria ci sia stata recentemente una maggiore incidenza di casi gravi, con quasi 10 ricoverati ogni 100mila abitanti contro un massimo da ottobre 2020 di 8 in Liguria, 6 nelle Marche e 7 in Veneto. Ma l’aspetto più negativo è il fatto che la percentuale di occupazione delle terapie intensive ha raggiunto livelli massimi del 60%, rimanendo stabilmente sopra il 30% dall’inizio di novembre ad oggi (a parte una breve parentesi intorno alla settimana di Natale). Le Marche, che si sono mantenute sempre intorno alla soglia del 30%, hanno visto un repentino aumento nelle ultime due settimane fino ad arrivare a quasi il 60% di occupazione. Al contrario, in Liguria il picco di oltre il 50% si è avuto a metà novembre seguito da un rapido calo al di sotto sostanzialmente della soglia critica. Infine, il Veneto ha avuto per circa un mese e mezzo (da inizio dicembre a metà gennaio) valori lievemente al di sopra della soglia di allerta, con un picco massimo del 35% a inizio anno.

L’analisi riportata mostra come l’impatto della pandemia da Covid19 sull’Umbria si è manifestato soprattutto in termini di sovraccarico delle strutture ospedaliere. La campagna vaccinale, che si spera possa entrare a pieno regime nei prossimi mesi, dovrebbe ridurre significativamente il numero dei casi gravi, e dunque anche quelli che richiedono un ricovero ospedaliero. Evidenze scientifiche provenienti da Paesi esteri, quali il Regno Unito e Israele, in cui la percentuale di popolazione già sottoposta a vaccinazione ha raggiunto livelli importanti, sembrano indicare notevoli benefici in tale senso.

*Università degli studi di Perugia
per Agenzia Umbria Ricerche

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