Fase due, la rivolta dell’Umbria: “C’è gente allo stremo, così rischiamo suicidi, rivolte e ribellioni”

La Regione Umbria contro il decreto del Governo: noi imbavagliati. Allarme di Cna: potremmo perdere 50mila posti di lavoro. Accorata lettera del sindaco di Todi: pronto ad emanare un’ordinanza per riaprire tutte le attività

“Al momento, ho nel mio Comune centinaia di persone che non sanno, letteralmente, come poter comprare il pane quotidiano, molte delle quali stanno pian piano rivolgendo le proprie disperate istanze a ‘mercati paralleli’, con il fondato rischio di alimentare il circuito della malavita e della usura. La gente è talmente allo stremo, da dover prevedere con una certa ragionevolezza, nel prossimo futuro, drammatici episodi di violenza, verso sé stessi e verso i terzi. A breve, mi aspetto suicidi, manifestazioni di piazza e aperte ribellioni”.

È uno dei passaggi più duri della lettera che il sindaco di Todi, Antonino Ruggiano, ha inviato al prefetto di Perugia, annunciando la volontà di essere pronto ad emanare una propria ordinanza che, in deroga a quanto previsto dal Governo sulla fine del lockdown, consenta - “…con le dovute precauzioni…” – a tutte le attività commerciali ed artigianali presenti sul territorio comunale di riaprire.

Abbiamo svolto un gran lavoro, qui in Umbria e, mi permetta, nella nostra città, ma adesso è ora di riceverne qualche beneficio. Essere trattati, nelle disposizioni del presidente del consiglio dei ministri, alla stessa stregua dei lombardi, dei piemontesi o degli emiliano romagnoli, non risponde ad alcuna logica, né ad alcun interesse. È una situazione che non può più essere tollerata. La nostra condizione è davvero disperata, con la impossibilità per molti di noi di poter provvedere ai bisogni primari della propria famiglia, oltre che alla sussistenza del lavoro. Di fronte a questo sfacelo, ed alla ultima programmazione del Governo, che evidentemente nel tepore dei Palazzi Romani non ha il polso della reale situazione, non me la sento di lasciare sola la mia gente e di abbandonarli alla speranza di un futuro che non c’è, né ci potrà essere. Da sindaco, ho davvero pochi strumenti, forse solo uno: la emanazione di una ordinanza ex articulo 54 del testo unico degli enti locali, che, andando in deroga a quanto stabilito dal Governo, permetta di riaprire tutte le attività commerciali e di somministrazione, sia pure con le dovute accortezze e prudenze, già previste dal Governo nei protocolli delle altre attività commerciali. Sono fermamente convinto, infatti, che se non dovessi emanare un simile provvedimento, la situazione da qui al prossimo mese precipiterà in una spirale da cui non vedo possibilità di uscita, una volta messa in moto.

Ma la “rivolta” di Ruggiano non è che la punta dell’iceberg che sta montando in Umbria per i contenuti del decreto annunciato dal premier Giuseppe Conte.

Mentre a Terni il sindaco Leonardo Latini ha riunito il centro operativo comunale per verificare gli effetti del decreto “sugli aspetti che maggiormente riguarderanno la comunità ternana, con particolare riferimento alle modalità di ripresa delle attività economiche e commerciali, all’utilizzo dei parchi (compreso quello della Cascata), ai mercati, al culto dei morti, alla fruizione degli spazi museali e culturali”, la governatrice dell’Umbria, Donatella Tesei, ha diffuso una nota con la quale critica apertamente le scelte politiche del Governo.

“Un Dpcm, quello presentato dal Governo, che oltre a contenere misure discutibili, ha alcune evidenti mancanze e soprattutto imbavaglia le Regioni che possono adottare solamente ordinanze restrittive ma non estensive, non si possono, cioè, allargare le maglie, nemmeno tenendo conto della situazione del contagio nel proprio territorio. In tal senso sottoporremo al Governo un nostro cronoprogramma di riaperture”.

“Vi sono settori, così come affermano giustamente le associazioni di categoria, non inseriti tra quelli che potranno tornare in attività il 4 maggio e che invece, con le giuste precauzioni sanitarie, avrebbero potuto riaprire”. E proprio i dispositivi di protezione sono un’altra tematica sul tavolo nazionale: “Abbiamo chiesto al Governo – continua Tesei – che ci venga comunicato un piano chiaro sull’uso dei dispositivi e sul loro reperimento. Così come abbiamo chiesto certezze in merito a come e dove i genitori, che torneranno a lavorare, potranno lasciare i loro figli, ed in merito a tutta la materia che riguarda i trasporti pubblici. Domande a cui non ci è stato ancora risposto e che lasciano un’enorme voragine. Grazie alla nostra pressione, abbiamo ottenuto un incontro mercoledì in cui le Regioni chiederanno al Governo un programma di riaperture ben delineato e nero su bianco, non solo attraverso annunci mediatici, e come Regione Umbria sottoporremo anche un nostro cronoprogramma di ripresa. Questo – sottolinea la presidente - è un altro grande tema: l’impossibilità ad oggi da parte delle Regioni di gestire alcune situazioni tramite ordinanze proprie. Vi è infatti, come detto, solo la possibilità di restringere, ma non di ampliare le attività permesse. Chi lo fa corre il rischio che l’ordinanza sia impugnata e comunque ritenuta inefficacie, con le conseguenti sanzioni per chi svolge le attività stesse”.

E le associazioni di categoria cercano di dare numeri concreti ai rischi fin a qui elencati dalla politica.

“Le attività che in Umbria saranno costrette a restare chiuse anche dopo il 4 maggio sono circa 20mila, il 25% del totale, con il rischio di perdere circa 50mila posti di lavoro tra titolari e dipendenti. Alla paura per il contagio e allo stress per la reclusione in casa che perdura da oltre un mese – spiega Roberto Giannangeli, direttore di Cna Umbria - in queste ore si sta diffondendo il timore di non riuscire a riaprire fra un mese”.

“Le imprese del benessere chiuse dall’11 marzo già stimavano una perdita sul fatturato annuo di oltre il 40% per gli acconciatori e di oltre il 70% per le estetiste, che proprio nei mesi di marzo, aprile e maggio quelli vedono concentrarsi la massima richiesta di servizi nell’estetica. Non parliamo invece della possibile perdita che potranno subire tutti i piccoli negozi commerciali, a partire da quelli dell’abbigliamento, se salterà la stagione estiva. Nessuna delle nostre imprese sta chiedendo di riprendere a lavorare come se nulla fosse, sono consapevoli del problema e pronte ad adottare tutte le precauzioni indispensabili per la tutela della propria salute e di quella di dipendenti e clienti, ma nessuna di loro è in grado di resistere al blocco totale dell’attività per un altro periodo di tempo. Il nostro appello, quindi, continua a essere quello di far riaprire tutte le imprese, senza distinzioni. Ne va della tenuta sociale del Paese”, conclude Giannangeli.

Sulla stessa linea Confartigianato imprese Umbria che “ritiene paradossale e deleterio per l’economia regionale il fatto che l’Umbria, la regione con la minore incidenza del contagio, sia del tutto indifferente e in atteggiamento passivo di fronte alle iniziative praticamente di tutte le regioni del nord e del centro che stanno cercando una strada autonoma per rispondere alle esigenze economiche di riapertura in piena sicurezza delle attività. I danni che ogni ora si producono alla rete delle imprese umbre sono impressionanti e stanno ponendo una ipoteca sul nostro futuro. Occorrono interventi e certezze per anticipare le riaperture di tutte le attività umbre in sicurezza. Invece non otteniamo risposte nemmeno sulle questioni più semplici”. Per questo è stato chiesto alla governatrice Tesei di emanare una ordinanza “per riattivare da subito, quindi prima del previsto 4 maggio l’attività di vendita per asporto da parte di bar, ristoranti, pizzerie, pasticcerie, gelaterie, rosticcerie” sulla falsa riga di quanto fatto in Toscana, Marche, Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, “tutte regioni che hanno una incidenza del contagio superiore rispetto all’Umbria. Tale possibilità nella piena sicurezza sanitaria garantita da alcuni semplici accorgimenti consentirebbe un riavvio immediato di almeno una parte dell’attività economica delle imprese del settore alimentare.

“Le nostre imprese sono esasperate come non mai; sono pronte davvero a tutto, anche a proteste eclatanti. L’ulteriore rinvio della riapertura degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e di tante attività del turismo e dei servizi, annunciata ieri sera dal premier Conte, è inaccettabile. Soprattutto in Umbria, tra le regioni dove il contagio, secondo i dati comunicati da diversi giorni, ha avuto una minore diffusione, tanto da sembrare quella più quotata per una riapertura rapida. Non comprendiamo davvero certe scelte del Governo. Perché possono restare aperti i negozi di vestiti per bambini e non quelli per gli adulti che li accompagnano e devono comunque uscire di casa? Perché devono restare chiusi i negozi di mobili, dove il distanziamento può essere garantito in tutta sicurezza, fermo restando la possibilità di scadenzare adeguatamente gli appuntamenti per le consegne? Sono solo alcuni esempi dei molti che si potrebbero fare per dimostrare la incoerenza di scelte che hanno ricadute enormi sulle spalle delle imprese”.

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Anche Giorgio Mencaroni, presidente di Confcommercio Umbria, boccia senza mezzi termini le misure adottate dal governo Conte. “Chiediamo alla presidente della giunta regionale un atto di coraggio. Gli imprenditori umbri, in questa gravissima situazione, davvero senza precedenti, stanno dando fondo a tutte le loro risorse” sottolinea il presidente di Confcommercio Umbria. “Gli imprenditori hanno bisogno, come l’aria, di una iniezione di fiducia, perché il rischio è quello di una paralisi definitiva per settori che in Umbria rappresentano una fetta importante dell’economia regionale. Se il governo nazionale non vuole o non può farlo, dovrà essere allora il governo regionale ad ascoltare l’appello di migliaia di piccoli imprenditori che mai come in questo momento hanno bisogno di sentire vicino una classe politica lucida, in grado di prendere le decisioni giuste per l’emergenza che stiamo vivendo e di assumersi le proprie responsabilità”.

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