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Troppi ospedali, medici e pazienti in fuga: ecco i mali della sanità dell’Umbria

Il “libro bianco” elaborato dalla Regione per “analizzare le criticità” del sistema e “fissare il primo step da cui prendere le mosse per il nuovo piano sanitario regionale”. I dettagli del documento

Il “libro bianco” imbastito dalla Regione Umbria rappresenta la pietra angolare di quello che dovrebbe essere il nuovo piano sanitario regionale. Il primo passo mette però anzitutto in evidenza una serie di “criticità”, individuate proprio per evitare che il sistema che si vuole costruire venga attraversato da una serie di crepe dalle quali rischiano di uscire risorse, pazienti e professionisti.

Per comporre il documento, la sanità dell’Umbria si è affidata ad un team di consulenti composto da Antonella Pinzauti, direttore generale dell'impresa sociale per Confartigianato, Renato Balduzzi, già ministro della salute nel governo presieduto da Mario Monti, Francesco Longo, del dipartimento di scienze sociali e politiche della Bocconi di Milano e Claudio Saccavini, già direttore tecnico del consorzio Arsenal.IT.

Il dossier, licenziato dalla giunta di Palazzo Donini nei giorni scorsi, ferma la sua analisi al 31 dicembre 2019. Manca dunque dal flusso di informazioni tutto quello è successo nell’ultimo anno, contraddistinto dall’emergenza sanitaria da Covid19. Questo non significa che il virus non entri nel piano. Anzi. Così come ci entrano tutte le possibilità collegate alle “ingenti risorse” che verranno garantite dai vari piani, declinati a livello europeo, nazionale e regionale.

Le criticità, dunque. La prima è che “la rete ospedaliera umbra, con i 15 presidi ospedalieri e le 2 aziende ospedaliere regionali – dice il documento - risulta eccessivamente articolata e non in tutti i casi conforme ai parametri dettati a livello centrale dal decreto ministeriale 70/2015 (recepito a livello regionale con delibera di giunta regionale 2012/2016) il cui rispetto non costituisce elemento di garanzia di qualità, bensì di sicurezza delle cure”. Troppi ospedali, dunque, per una assistenza che risulta eccessivamente frammentata che potrebbe così dunque non garantire la “sicurezza delle cure”.

Quanto al numero di posti letto, la dotazione regionale “risulta essenzialmente conforme allo standard (…) con un lieve eccesso di posti letto per acuti (3.18 vs 3.00/1.000 ab. previsto dal decreto) rispetto a quelli lievemente al di sotto dei parametri dei posti letto per riabilitazione (0.51 vs 0.7/1.000 ab previsto dal decreto). Particolarmente fuori target – rileva ancora il libro bianco - risulta la rete dei punti nascita”.

“Sempre in merito alla rete ospedaliera è rimasto inoltre inattuato il protocollo d’intesa con l’Università degli studi di Perugia per la costituzione dell’azienda ospedaliero universitaria ed inoltre l’Umbria è l’unica regione del centro Italia a non avere un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Ircss)”.

Il documento non fa riferimento né al nuovo ospedale di Terni né alla clinica privata che dovrebbe sorgere accanto al nuovo stadio cittadino. Non si tratta però – probabilmente – né di una “bocciatura” né tanto meno di una dimenticanza. Semplicemente, il libro bianco è propedeutico alla stesura del nuovo piano sanitario regionale, che declinerà nel dettaglio progetti e investimenti. Certo è che la “eccessiva articolazione” della rete ospedaliera già evidenziata, presupporrà una redistribuzione dei servizi che non significa che Terni potrebbe non avere il suo ospedale, ma che dovrà essere ridisegnato un ruolo di Terni dentro al nuovo Psr. Quanto alla clinica, sarebbe singolare fare cenno in un piano sanitario regionale – e pubblico – ad una iniziativa privata. La questione, in questo caso, sarà l’accreditamento che avverrà però in una fase successiva e sicuramente non quando quella stessa clinica è soltanto su carta.  

Ulteriori elementi di criticità che l’analisi contenuta nel libro bianco ha permesso di rilevare riguardano “l’eccessiva articolazione organizzativa dell’area territoriale, rappresentata dalla presenza di 12 distretti. Tale frammentazione comporta una sostanziale disomogeneità nell’erogazione delle prestazioni, con conseguente mancanza di equità di accesso alle stesse. Inoltre le istituite aggregazioni funzionali territoriali (Aft) sono state attuate in modo disomogeneo e attualmente non svolgono le funzioni assegnate. Manca completamente – dice ancora il libro bianco - la costituzione delle unità complesse di cure primarie (UCCP).

Per quanto riguarda  distretti territoriali, “verrà elaborata una proposta di ridisegno dell’articolazione dell’assistenza territoriale che prevederà una riduzione del loro numero, dai 12 attuali ai 5/6 futuri attraverso un’operazione di accorpamento dei territori, tenendo conto della necessità di articolazioni più uniformi ed omogenee, oltreché una logica di ragionevole allocazione di risorse e servizi, mantenendo invariato il numero delle zone sociali attuali, attraverso un meccanismo per rapportarle con il nuovo assetto e numero dei distretti”.

Altro “forte elemento critico” è rappresentato dal “considerevole decremento della mobilità attiva e dall’aumento della fuga dei pazienti verso le regioni limitrofe. A partire dal 2014 infatti, mentre la mobilità attiva subisce una forte diminuzione, quella passiva aumenta, facendo registrare un andamento che dal saldo positivo di oltre 20 milioni euro del 2014, passa nel 2018 al primo saldo negativo di oltre 1 milione di euro; l’andamento è confermato anche nel 2019, in cui si riporta un saldo negativo di 3,3 milioni di euro. Gli umbri si recano fuori regione per le prestazioni di ortopedia, protesi ortopediche di anca e ginocchio, riabilitazione, oncologia chirurgica e chirurgia pediatrica. In alcuni casi la fuga dei pazienti, visti i volumi di attività, risulta fisiologica; in altri casi è possibile apportare correttivi”.

“Causa della fuga dei cittadini fuori regione – analizza ancora il dossier - è rappresentata anche dall’insufficiente attrattività del servizio sanitario umbro verso i professionisti, sempre più orientati a prestare la propria attività o in altre realtà regionali, ovvero in ambito privato”.

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