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Morto suicida a quarant’anni, la battaglia del fratello: “È stato ucciso, queste cose non devono accadere mai più”

Archiviato come gesto volontario, il giudice di Perugia ora discute il reclamo presentato dal famigliare. Il perito: “Nella ricostruzione del caso si riconoscono le caratteristiche di una violenza psichica dolorosamente portata avanti nel tempo con noncurante disumanità”

“Enrico ha preferito togliersi la vita piuttosto che rivolgersi alle forze dell’ordine, ai servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro oppure semplicemente al fratello maggiore. Così, per scoprire cosa poteva averlo portato alla disperazione in un breve arco di tempo, ho raccolto informazioni da un numero significativo di persone che, spontaneamente, si sono rivolte a me per descrivere e raccontare di quanto erano a conoscenza”.

Questa storia inizia una notte di febbraio di quattro anni fa quando Enrico Fiorelli, quarant’anni, si toglie la vita nella casa di Gualdo Tadino dove vive assieme alla madre. Prima di questo ultimo, disperato gesto, avrebbe descritto le sue intenzioni e le motivazioni di questa terribile scelta alla madre. “Era la notte tra il 15 e il 16 febbraio - ricostruisce il fratello Marco - e le avrebbe espressamente detto: Non raccontarlo a Marco. Promettimi che non lo farai. Questo silenzio mi è sembrato fin da subito particolarmente anomalo per cui, se da un lato non vi erano dubbi sulla volontarietà del gesto, dall’altro era altrettanto evidente il tentativo di Enrico di proteggermi da un qualcosa che, evidentemente, considerava come ineluttabile, un qualcosa più grande di lui, contro cui era praticamente impossibile combattere”.

Parte da qui la battaglia per ricostruire cosa abbia spinto Enrico fin dentro al burrone del suicidio. La prima denuncia viene presentata ai carabinieri di Gualdo Tadino nel novembre del 2019. “Non è stato facile, perché perdere un fratello provoca un dolore terribile che offusca la mente. Quindi ho impiegato otto mesi per ricostruire un mosaico di circostanze tutte legate al suo ambiente di lavoro mentre avevo continue immagini intrusive di Enrico disteso a terra senza vita. Enrico si è tolto la vita dopo anni di abusi verbali, di ingiustificate penalizzazioni economiche, di accuse pretestuose, di emarginazione lavorativa, di isolamento umano, di ingiuste discriminazioni, di intimidazioni”.

Dipendente di una cooperativa sociale, Enrico avrebbe subito nel tempo una serie di “ridimensionamenti” lavorativi che lo avrebbero portato, lentamente, a questo profondo stato di prostrazione. Diversi i settori in cui la cooperativa operava: per alcuni mesi, nel 2018, si è occupata anche a Terni della manutenzione del verde pubblico. Fatto sta che, dopo essere stato allontanato dal vivaio in cui lavorava “con argomenti pretestuosi”, Enrico si ritrova ad occuparsi del canile rifugio comunale. Struttura che, ricostruisce il fratello, “era tenuta in uno stato di semi abbandono da parte delle istituzioni ed è risultata priva di una autorizzazione sanitaria valida. Gli impianti e le strutture del canile rifugio erano fortemente inadeguati al punto da mettere in forte difficoltà chi ci lavorava ed i volontari. Enrico era stato costretto in una mortificante condizione di isolamento umano, con riduzione drastica della retribuzione (le ore effettivamente retribuite erano due al giorno pur a fronte di un impegno molto più consistente, per uno “stipendio” da meno di 400 euro al mese) ma, al contempo, a dover patire il condizionamento morale a far funzionare tutto e ad essere lui la causa delle gravi carenze oggettive”.

Marco Fiorelli ha chiesto dunque all’autorità giudiziaria di Perugia di indagare e fare luce su eventuali responsabilità legate alla morte del fratello. Ad inizio 2023 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Perugia ha emesso un decreto di archiviazione contro il quale è stato presentato reclamo.

Il 26 settembre il giudice Elena Mastrangeli ha fissato un'udienza per discutere l’opposizione all'archiviazione. Nel frattempo, Marco Fiorelli ha commissionato una consulenza tecnica di parte, redatta dal dottor Angelo Rella, responsabile del centro di salute mentale di Foligno e di Spoleto-Valnerina della Usl Umbria 2 che ha analizzato la documentazione clinica nel fascicolo relativo al caso di Enrico. E le conclusioni a cui arriva la perizia fanno riflettere. Eccole.

“Nella minuziosa ricostruzione effettuata del caso (...) si riconoscono le caratteristiche di una violenza psichica dolorosamente portata avanti nel tempo con noncurante disumanità (...). Risulta evidente come il datore di lavoro abbia intenzionalmente messo in atto illegittime penalizzazioni economiche perfettamente documentate, azioni ostili e una disfunzionalità organizzativa quali elementi lesivi di una strategia discriminante e ostracizzante, all’interno di un contesto ove, alcuni colleghi di lavoro si sono mostrati solidali ed hanno cercato di proteggerlo prima, testimoniando poi i soprusi e le prevaricazioni cui il compagno di lavoro era stato sottoposto. Si tratta di violenza strategica – scrive il dottor Rella - che implica un preciso disegno di esclusione di Enrico Fiorelli da parte della figura apicale della cooperativa sociale che, con tale azione premeditata e programmata, ha inteso realizzare un ridimensionamento drastico delle sue attività o il suo allontanamento. L’insorgere di sintomi emotivi e comportamentali, il rapido aggravarsi del disagio lavorativo, la necessità sempre più pressante di ritornare ad una psicoterapia di sostegno con impiego di farmaci sono eventi che si manifestano in concomitanza con la variazione negativa delle ore retribuite, come indicato nel contratto di lavoro del 16 ottobre 2017 e nel successivo contratto di lavoro del 7 maggio 2018 (…) Non si tratta, quindi, di una qualche conseguenza legata a momentanee situazioni di crisi (...) ma della condotta di coartazione illegittima quanto irresponsabile di un datore di lavoro autoritario, desideroso di ottenere risultati eclatanti, di mettersi in mostra come manager, di avvalorare narcisisticamente una visione distorta dell’esistenza, capace per questo di calpestare la dignità dei propri collaboratori e di non accettare poi l’insuccesso, scaricando la colpa dei propri errori”.

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