Coronavirus, operatori sanitari “beffati”: ore per indossare le tute anti contagio, ma in busta paga neanche un centesimo

Il tempo di vestizione e svestizione riconosciuto come orario di lavoro ma mai applicato in Umbria, il Nursind chiama in causa Regione e aziende sanitarie  

“In materia di orario di lavoro nell’ambito dell’attività infermieristica il tempo di vestizione-svestizione dà diritto alla retribuzione… trattandosi di un obbligo imposto dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene, riguardanti sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale addetto”.

Quella della cosiddetta “vestizione” è una battaglia che il mondo della sanità conosce bene. Anche perché l’ha vinta. Con tanto di conferma da parte della Corte di cassazione che specifica in maniera molto chiara che il tempo utilizzato per vestirsi e svestirsi prima e dopo il proprio turno di lavoro va considerato come orario di lavoro e, dunque, va pagato.

Una battaglia che ora rischia però di tornare al punto di partenza.

A sollevare la questione è il Nursind, sindacato delle professioni infermieristiche, dell’Umbria, che attraverso il suo coordinatore regionale, Marco Erozzardi, rileva come “otre al disagio, enorme, di dover lavorare per mesi anche in questa seconda ondata pandemica nelle condizioni più estreme, con tute, maschere, visiere, occhiali, in ambienti a volte non idonei ed in spazi ristretti, rinunciando spesso a riposi e facendo doppi turni, straordinari, reperibilità attivate, arriva anche la beffa sulle ore di lavoro non riconosciute e quindi non pagate o non recuperabili”.

“Stiamo parlando – precisa Erozzardi - di tutte quelle ore accumulate dal personale sanitario per le operazioni di vestizione e svestizione, che ormai tutti conoscono e che richiedono attenzione, precisione e soprattutto tempo. Per entrare in servizio a dare puntualmente il cambio al collega che deve uscire dal turno nelle aree Covid, il personale entrante si deve recare al lavoro quasi mezz’ora prima dell’orario di servizio previsto dalla organizzazione datoriale per poter procedere puntualmente e con estrema puntigliosità alle operazioni di vestizione di tutta la divisa di protezione utile a poter prestare servizio in quegli ambienti e a contatto con i pazienti positivi”.

“Conseguentemente il personale uscente, una volta passate le consegne al collega entrante (per le quali serve a volte anche un tempo superiore ai 15-20 minuti), deve attivare le procedure di svestizione. Queste ultime debbono essere altrettanto meticolose, soprattutto per non portare il contagio fuori dal contesto lavorativo, e debbono essere seguite da operazioni di igiene personale (detersione approfondita con gel igienizzante, meglio doccia ove possibile) che richiedono ulteriore tempo, altri 20 minuti circa. Quindi ogni giorno ogni operatore regala, perché non considerate nella prestazione lavorativa svolta, più o meno 60 minuti di lavoro. Circa 20 ore di lavoro a dipendente al mese donate alle aziende”.

Erozzardi conferma poi come l’ultimo contratto nazionale di lavoro del comparto Sanità abbia “riconosciuto il tempo in di vestizione/svestizione e passaggio consegne come diritto dei lavoratori, riprendendo numerose sentenze emanate dalla Cassazione grazie alle azioni legali portate avanti da NurSind” anche se questo riconoscimento “non è stato mai tradotto in contratti integrativi dalle quattro aziende sanitarie umbre. Quindi, tali norme contrattuali sono state fin qui non applicate dalle aziende umbre”.

NurSind ha sollecitato sia l’assessore regionale alla salute, Luca Coletto, che i commissari delle aziende sanitarie ed ospedaliere umbre alla “immediata applicazione della normativa contrattuale, integrandola con iniziativa regionale per il riconoscimento del tempo di lavoro fornito per la vestizione/svestizione e passaggio consegne portandolo ad almeno 30 minuti in entrata e 30 in uscita per il personale delle aree Covid. Un atto – conclude Erozzardi - che sarebbe un riconoscimento, seppur simbolico, all’enorme sacrificio che stanno facendo le centinaia di operatori della sanità umbra che sulle proprie spalle stanno cercando di superare anche questa seconda drammatica ondata pandemica. In caso di mancato riconoscimento del diritto da parte della Regione e delle aziende sanitarie ed ospedaliere umbre, NurSind avvierà tutte le azioni necessarie nelle opportune sedi”.

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