Scoppia la “guerra della bistecca”, Coldiretti Umbria scende in trincea: “No alla finta carne”

Il parlamento europeo dà il via libera a burger e salsicce vegane, la protesta dell’associazione di categoria: “Furto di identità inaccettabile”. Parla un produttore

“Devono continuare a chiamarsi bistecche, salsicce e hamburger solo quelle ottenute dalla carne per non ingannare i consumatori sulle reali caratteristiche del prodotto”.

È quanto sostiene la Coldiretti Umbria in riferimento al voto del parlamento europeo sull’abolizione del divieto di definire carne qualcosa che non arriva dal mondo animale. “È inaccettabile un furto di identità che - sottolinea Coldiretti - permette di chiamare con lo stesso nome prodotti profondamente diversi e provoca confusione nel carrello della spesa. I consumatori rischiano di trovare sugli scaffali finti hamburger con soia, spezie ed esaltatori di sapore o false salsicce riempite con ceci, lenticchie, piselli, succo di barbabietola o edulcoranti grazie alla possibilità di utilizzare nomi come burger vegano e bistecca vegana, bresaola, salame, mortadella vegetariani o vegani con l’unico limite di specificare sull’etichetta che tali prodotti non contengono carne”.

“Una strategia di marketing - commenta il direttore regionale Coldiretti, Mario Rossi - con la quale si approfitta deliberatamente della notorietà e tradizione delle denominazioni di maggior successo della filiera tradizionale dell’allevamento italiano con il solo scopo di attrarre l’attenzione dei consumatori, rischiando di indurli a pensare che questi prodotti siano dei sostituti, per gusto e valori nutrizionali, della carne e dei prodotti a base di carne”.

“Occorre regolamentare quindi, con trasparenza sull’etichetta - aggiunge Rossi - il consumo di nuovi prodotti, senza equivoci che rischiano di limitare la libertà di scelta dei consumatori e di penalizzare i nostri allevatori, che, specie in questo complicato momento, tra mille difficoltà, operano per continuare a far arrivare sulle tavole le eccellenze locali. Il comparto zootecnico umbro - ricorda Rossi - rappresenta più di un terzo della produzione lorda vendibile agricola regionale e uno dei perni del vero cibo made in Umbria: sono oltre 3.000 gli allevamenti bovini per 55.000 capi; 900 gli allevamenti di suini, con circa 200.000 capi”.

“Per chi è impegnato ogni giorno in azienda, a stretto rapporto con il consumatore - afferma Fausto Luchetti, imprenditore zootecnico di Collazzone - queste situazioni provocano un profondo senso di amarezza. Proprio con la pandemia - ribadisce Luchetti - è emersa una maggiore consapevolezza sul valore strategico del cibo e sulle necessarie garanzie di qualità, sicurezza e trasparenza. La finta carne ha un’origine completamente differente da quella che noi produciamo quotidianamente e per questo deve avere una denominazione diversa, per distinguerla da quella frutto del nostro lavoro”.

E così, per contrastare le lobbies delle multinazionali che investono sulla carne finta, vegetale o creata in laboratorio, le principali organizzazioni agricole europee hanno lanciato la campagna “Questa non è una bistecca”. “Il marketing delle imitazioni può creare confusione sui valori nutritivi dei prodotti - conclude Coldiretti - per questo il dibattito sulla denominazione della carne non è un attacco ai prodotti vegetali, ma è una battaglia per la corretta informazione al consumatore”.

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