Comune di Terni, lettera aperta al presidente Ferranti sul ‘caso’ Federighi: “Ritardo provoca danni irreparabili”

La dottoressa Antonella Bruni si rivolge a Francesco Maria Ferranti: “Confido che le fatte osservazioni la facciano riflettere sul suo operato”

foto di repertorio

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta redatta da Antonella Bruni e rivolta al presidente del consiglio comunale Francesco Maria Ferranti. La dottoressa, tra gli altri, ha ricoperto incarichi come presidente del consiglio comunale di Viterbo e presidente Anci Lazio dei presidenti di consiglio comunale

“Il mio intervento è ovviamente a titolo personale, ma condiviso da tante persone perbene, le quali ricoprono o meno funzioni pubbliche; io e loro certamente abbiamo idee diverse da lei circa l’essenza della democrazia.

Relativamente alla questione di Raffaello Federighi, dalla revoca ad oggi, che si pone l’esigenza del suo reintegro, ho nutrito crescente perplessità sulla sua gestione della situazione. Ho ricoperto prima di lei il ruolo di presidente del consiglio comunale, allineandomi al principio di tutela di ogni singolo consigliere, indipendentemente dalla sua appartenenza partitica, nel rispetto delle norme fondamentali della democrazia elettiva e nella prudente interpretazione delle disposizioni di legge, mai allontanandomi dai criteri garantisti che dovrebbero supportare ogni passaggio giuridicamente rilevante.

“In occasione della revoca – afferma la dottoressa - nascondendosi dietro ad una fantasiosa presa d’atto (la Prefettura di Terni la informava di una situazione che poteva rientrare nelle norme della legge Severino, lasciando libero il consiglio comunale di decidere, come in effetti ha fatto, mediante votazione), ha proceduto in maniera oggettivamente eccepibile. Correttezza minimale avrebbe voluto che il consigliere in questione venisse notificato, che lo stesso redigesse una memoria difensiva, che essa fosse valutata dalla commissione di garanzia e soltanto dopo il consiglio venisse chiamato a deliberare. Lei ha valutato come superflue tutte queste procedure, ritenendo che l’esigenza primaria era quella di estromettere una personalità forte, competente e indipendente”.

“E’ stato informato nel febbraio del 2020 dalla Prefettura di Terni, che Federighi, in virtù di una pronuncia giudiziaria che non lascia spazio a dubbi, non aveva alcun problema di candidabilità. Non ha fatto nulla – sottolinea - ovvero neanche agito con la stessa simmetrica solerzia precedente, ritenendo insufficiente persino una sentenza dell’autorità giudiziaria. Si è limitato al semplice trascorrere del tempo, senza preoccuparsi che un consigliere regolarmente eletto, continuasse ad essere sorprendentemente impedito dalle sue funzioni”.

“Soltanto a luglio, dopo una lettera formale dei legali di Federighi, che hanno messo in mora lei personalmente e il consiglio che dovrebbe rappresentare, si è occupato della questione e invece di sottoporla celermente alla conferenza dei capogruppo e poi del consiglio comunale, ha cominciato a chiedere delucidazioni agli enti più disparati che, tuttavia, al massimo, esprimeranno appunto pareri, autorevoli certamente, ma che non potranno mai, per nessuna ragione, sostituirsi all’unico soggetto chiamato a decidere, ovvero il consiglio comunale. Tutto questo senza ponderare minimamente che l’ulteriore ritardo (la consiliatura dura cinque anni) provocava un danno crescente ed irreparabile, non solo al consigliere Federighi, ma anche al consiglio comunale, esposto a rischi non indifferenti e infine alla credibilità delle Istituzioni”.

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“Al di là di ogni opinione personale, su un personaggio che nella sua vita non ha mai indietreggiato, spendendosi senza risparmio nella difesa delle Istituzioni, sempre ad esse subordinandosi, la invito a riconsiderare comportamenti che sembrano sottendere a valutazioni soggettive e al supporto di ragioni minimali. Nel ruolo ricoperto – conclude - non è al di sopra della legalità e del buonsenso e confido che queste mie osservazioni la facciano riflettere sul suo operato, la cui maggiore remora dovrebbe essere quella della coscienza, invero il giudice più severo”.

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