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“Non abbiamo bisogno di showman o candidati bandierina: vogliamo essere credibili, una casa per tutti i moderati”

Elezioni europee, guerra, giustizia e il “fenomeno” Bandecchi: intervista a Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia. “Berlusconi rappresenta la nostra storia, le nostre radici. Per noi le armi servono a difendersi, per questo chiediamo una maggiore spesa militare per la difesa”

La “radici” di Berlusconi, il presente e il futuro prossimo con Tajani. “Ma abbiamo ancora molto da fare per una giustizia equilibrata, un welfare che si occupi davvero di chi ha bisogno, meno tasse e burocrazia e una migliore classe dirigente”. In mezzo, l’appuntamento con le elezioni europee e la sfida a diventare sempre di più la “casa dei moderati” per quella grande fetta di cittadini che va “da Giorgia Meloni e Elly Schlein”. Con uno sguardo a Terni e al “fenomeno” Bandecchi. Perché è proprio dalla città dell’acciaio che arriva Raffaele Nevi, parlamentare e portavoce nazionale di Forza Italia.

Forza Italia viene data oggi come secondo partito della coalizione di centrodestra e Antonio Tajani è il più apprezzato fra i leader di partito. Una situazione molto diversa rispetto a un anno fa, quando il destino del partito sembrava segnato. Cosa è successo?

“È vero: c’erano osservatorio politici che dicevano che non saremmo riusciti ad arrivare al 4%. Ma nel frattempo, sono successe diverse cose. La prima: la morte di Berlusconi ha creato una voglia, anche da parte di militanti e dirigenti del partito, di raddoppiare gli sforzi per tenere in vita Forza Italia e abbiamo trovato un leader come Tajani che è riuscito a organizzare una squadra. Forza Italia prima era una cosa che ruotava attorno a Berlusconi, Tajani ha lanciato questo appello a costruire qualcosa che assomigliasse a una grande squadra, un partito organizzato che discute, che valorizza il merito e, soprattutto, un ritorno forte allo spirito del 1994 a livello di impostazione programmatica. Questo ha permesso di rendere FI il partito dello sviluppo, della crescita e del merito che aveva tanto entusiasmato le persone. Quindi siamo partiti sulla base di questo progetto e abbiamo iniziato a capire che la linea stava funzionando. Tajani ha reso l’impostazione molto visibile all’esterno. Abbiamo svolto congressi, a livello locale e nazionale, riscontrando una grande, grandissima partecipazione di tante persone che si sono riappassionate alla vita di una realtà che vuole rappresentare i moderati italiani, da Giorgia Meloni a Elly Sclein. In questo blocco centrale noi siamo riusciti ad essere credibili, anche tra chi spesso era diviso in mille realtà. Abbiamo anche avviato una apertura del partito a quelli che hanno la nostra stessa impostazione culturale e che avevano voglia di aderire a un progetto più grande, ambizioso, più utile anche a contare di più in Europa. È stata una operazione di forte aggregazione che ci ha permesso di diventare la casa di queste persone: atlantisti, europeisti, moderati. Senza dimenticare le doti di Tajani, dalla coerenza alla semplicità”.

Ai nomi ad effetto che rischiano però di essere divisivi e agli slogan polemici (“Più Italia, meno Europa”) voi rispondete con una linea che appare molto più moderata. Qual è la vostra idea di Europa e quale ruolo dell’Italia nell’Unione?

“Noi abbiamo bisogno non di showman o di candidature bandierina per cercare di attrarre momentaneamente un pezzo di elettorato, sempre che davvero gli elettori si facciano attrarre da questo. Abbiamo bisogno di una classe dirigente seria, credibile, affidabile. E le nostre liste sono piene di persone di questo tipo, che vogliono andare in Europa, rimanerci sulla base dell’insegnamento di Tajani che ha capito, forse prima di altri, che da lì passava il futuro anche dell’Italia. A noi servono persone che tutti i giorni lavorano per entrare nel merito dei singoli dossier, per fare un lavoro di squadra a tutti i livelli e costruire una grande comunità che vuole contare di più in Europa. E per contare di più, bisogna esserci e fare parte di una grande famiglia europea. Abbiamo acquisito un grande peso nel Ppe: possiamo questa volta incidere molto di più e avere la possibilità di far contare di più le nostre idee e il punto di vista dell’Italia”.

A proposito di elezioni, c’è chi ha contestato il fatto che nel simbolo di Forza Italia ci sia ancora il nome di Berlusconi: si tratta di un tributo, di una scelta di marketing o del fatto che c’è ancora qualcosa che deve essere attuato rispetto al progetto politico del fondatore del partito?

“Certamente Berlusconi rappresenta la nostra storia, le nostre idee, i nostri valori. Lui è Forza Italia e ci sembrava brutto togliere il suo nome dal simbolo. Berlusconi è anche stato nominato presidente emerito di Forza Italia, quindi in questo c’è anche un riconoscimento alla memoria. Ciò non significa che vogliamo un partito nostalgico, che viva nel ricordo. Tajani ha utilizzato una immagine che mi piace molto: Berlusconi sono le nostre radici, la nostra linfa deriva dalle sue intuizioni. Quel programma non è ancora attuato al cento per cento e lo stiamo facendo: meno tasse, meno burocrazia, migliore classe dirigente, Europa migliore, giustizia equilibrata, welfare più attento a chi ha veramente bisogno”.

Periodicamente, la cronaca riporta la centro del dibattito una questione che – probabilmente, da mani pulite in poi – non è mai stata risolta: il rapporto tra magistratura e politica, o meglio, tra indagini e politica. Esiste secondo lei la possibilità di normalizzare questo aspetto?

“Il codice c’è: è la nostra Costituzione e le nostre leggi. Il problema è il tema mediatico e le forze politiche giustizialiste che hanno alterato questo sistema, scambiando un avviso di garanzia o un arresto per una condanna definitiva. Non vogliamo che il garantismo corrisponda a innocentismo: chi ha sbagliato, magari nella gestione della cosa pubblica, deve pagare. Noi dobbiamo tornare semplicemente al dettato costituzionale: si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. Stiamo lavorando per migliorare il sistema giustizia in Italia: cercando di raggiungere un vero equilibrio fra accusa e difesa, cancellando il bruttissimo spettacolo della giustizia politicizzata, lavorando sulla lunghezza dei processi. È evidente però che serve anche uno scatto culturale per non cedere alla barbarie del giustizialismo”.

È notizia di queste ultime ore il lancio di missili Usa dall’Ucraina in territorio russo. Quali scenari si possono ipotizzare per quel fronte e per il Medio Oriente? Quale ruolo può giocare l’Italia?

“L’Italia sta lavorando coerentemente: fin dal primo giorno, abbiamo sposato la causa ucraina. Questo non perché ci stiano simpatici gli ucraini, ma per difendere un principio: nessuno Stato può invadere uno Stato sovrano, senza avere conseguenze. Questo principio oggi tocca l’Ucraina ma domani può riguardare qualsiasi altro Paese. Facciamo questo ma senza passare ad affrontare una guerra nei confronti della Russia. Per noi le armi servono a difendersi, a scoraggiare le guerre. Per questo chiediamo una maggiore spesa militare per la difesa: avere armamenti e strumenti a disposizione, scoraggia le guerre. Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci per la guerra. Ma siamo assolutamente contrari all’entrare in guerra. La Costituzione lo vieta. Se altri Paesi decideranno affrontare questa guerra, sarà una scelta loro. Noi rispondiamo del nostro Governo e rispettiamo la Costituzione che all’articolo 11 spiega in maniera esaustiva che l’Italia ripudia la guerra”.

Le devo chiedere una battuta su Terni, che è la sua città e che, da un anno, è spesso sulla ribalta nazionale. Come giudica questi primi dodici mesi dell’amministrazione Bandecchi? Le chiedo anche una riflessione: quanta responsabilità c’è nel centrodestra rispetto all’affermazione di Alternativa popolare?

“Parto da questa seconda domanda. Certamente sì: credo che il centrodestra debba riflettere ed evitare di rifare gli errori che ha commesso, che non sono solo frutto degli ultimi mesi. Non si è riusciti a trasmettere ai cittadini una prospettiva interessante per il futuro, cosa che è invece riuscito a fare Bandecchi, che evidentemente è stato più bravo degli altri. Detto questo, in questi dodici mesi non mi pare ci siano state cose che hanno permesso alla città di fare un cambio di passo. Parecchie promesse, anche eccessive, non trovano riscontro nei fatti. Mi dispiace per Terni. Il bilancio, però, si fa alla fine dei cinque anni e vedremo se sono stati cinque anni come ci avevano promesso oppure al di sotto delle aspettative. Questa è la democrazia: Forza Italia sta impiegando il tempo per riorganizzarsi e costruire una classe dirigente all’altezza delle sfide”.

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