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Martedì, 17 Maggio 2022
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L’Italia è una repubblica democratica fondata sul vittimismo

L'INTERVENTO | Gli “odiatori” contro Saviano e quel vizietto tutto italiano di lamentarsi. Perché in mancanza di idee, merito, talento, valori o ragioni, non ci resta che il vittimismo

“Mio caro anonimo, tutto il dolore che mi auguri lo sto già scontando”.

Con questa frase – stampata anche su un cartello per farla diventare virale – Roberto Saviano ha risposto a uno dei tanti odiatori che gli augurava la morte.

Da quindici anni Saviano è lo scrittore più celebre, più influente, più potente d’Italia. Eppure ancora oggi continua a descriversi sempre come vittima. Non ha avuto remore nemmeno a chiamare un libro a fumetti Sono ancora vivo (da cui la battuta dell’odiatore).

Il discorso, badate bene, prescinde dal fatto che Saviano sia un eroe o un bluff, il nemico numero uno di tutte le mafie o un mitomane foraggiato dalla politica, perché Giovanni Falcone - per fare un esempio – non si è mai presentato come un martire, nonostante sapesse benissimo di esserlo.

“Lo credo bene – potrebbe replicare un detrattore – Falcone è l’uomo che ha rivoluzionato la lotta alla mafia, ma se a Saviano togli il vittimismo che cosa gli rimane? Tuttologia e serie televisive”.

Indubbiamente togliere il vittimismo a Saviano sarebbe come togliere gli insulti a Sgarbi. Che sarà pure un grande critico d’arte, ma non è certo per la sua bravura come critico d’arte, che è famoso. Allo stesso modo Saviano non è famoso né per il suo talento letterario, né per le sue competenze giornalistiche: è famoso proprio in quanto vittima.

È vero pure, però, che Saviano non è l’unica “vittima”, tra gli scrittori di successo: anche Zerocalcare si presenta come tale, anche se in modo più soft, perché lui non è vittima della criminalità organizzata o degli odiatori seriali. Lui è vittima del suo stesso successo e del senso di colpa che il successo stesso gli crea. Ma è pur sempre vittima, e come tale si rappresenta.

D’altra parte oggi la gran parte dei divi si descrivono come vittime del successo: chi è vittima delle droghe, chi dei paparazzi, chi degli hater, chi dei fan, chi dei troppi soldi, chi dell’agente, chi del commercialista, chi dell’avvocato, chi del maggiordomo, chi della moglie o del marito o del fratello o del padre o della madre o della donna di servizio, o del cane o della sua cuccia. Ma ogni divo che si rispetti è una vittima.

È un segno dei tempi. “Meglio essere invidiati che compatiti”, si diceva una volta. Oggi l’assunto si è completamente rovesciato: in Italia non bisogna assolutamente essere invidiati, né temuti né ammirati. Bisogna solo e sempre essere compatiti. È il miglior modo per affermarsi, l’unico modo per cavarsela. E questo vale in tutti gli ambiti del vivere civile. L’ammirazione, la condivisione, il senso di giustizia sono stati soppiantati da indignazione e solidarietà: gli unici sentimenti che l’era dei social ammetta.

Non a caso oggi un pacco bomba o una lettera minatoria non si negano a nessuno. E nel peggiore dei casi te la cavi con uno stalker. E se proprio sei messo male, puoi sempre sventolare un po’ di hater, che poi anche se sono farlocchi, tanto non controlla nessuno.

Perché il punto è che oggi se non sei una vittima, non sei proprio nessuno. 

Persino i più grandi personaggi del nostro tempo vengono rappresentati come vittime più che come modelli.

L’ultimo e più clamoroso esempio è stato David Sassoli: all’indomani della sua morte si parlava più degli odiatori no vax che della sua vita e della sua autorevolezza. E vogliamo parlare di Liliana Segre, che fa più notizia quando viene insultata su facebook che quando dice qualcosa di importante?

Anche la politica, ovviamente, va in questa direzione: la priorità non è assicurare i carnefici alla giustizia, ma allargare il numero delle vittime.

Pensate, per esempio, alla legge Zan o al dibattito sul femminicidio e sul cat calling: le donne continuano ad essere uccise e violentate e gli assassini continuano a farla franca. Nel frattempo, però, una donna che riceve un complimento può dichiararsi vittima di molestia, e una che riceve una pacca sulla sedere di violenza sessuale.

Le donne continuano ad essere uccise e violentate e i loro assassini continuano a farla franca, ma nel frattempo dire ad una donna che è bella è diventato sessismo, chiamarla “sindaco” o “direttore” è patriarcato e discriminazione.

Vittime, vittime. Vogliamo solo vittime: non ci interessano i carnefici, né tanto meno figure da ammirare o da seguire.

Vittime, perché così ci possiamo giustificare. Perché siamo tutti vittime di qualcuno o di qualcosa. Siamo tutti vittime di tutto. E vittime lo siamo da sempre.

Trovatemi qualcuno che non si lamenti dei soldi, per esempio. Anche prima della pandemia, anche prima della crisi economica, tutti si sono sempre lamentati dei soldi. Siamo un Paese di morti di fame: non c’è un italiano uno che dica: Io francamente sto bene.

Chi non guadagna, si lamenta perché non guadagna; chi guadagna poco, si lamenta di non guadagnare abbastanza; chi guadagna abbastanza, dice che potrebbe andare meglio e chi guadagna tanto, si lamenta perché deve pagare le tasse. L’importante è lamentarsi. L’importante è essere vittime.

Non a caso i personaggi più odiati, in Italia, sono quelli che non fanno le vittime, ma – al contrario – vogliono fare i galletti: basti pensare al machismo di Salvini o alla spocchia di Renzi. Berlusconi stesso, in qualche modo, ha fatto da cerniera quindici anni fa, passando dall’uomo ricco, potente e virile alla Vittima della Magistratura.

Metafora e simbolo di questa metamorfosi, forse, lo era stato già nel 1986 Carlo Verdone con Troppo forte, dove un bulletto di Cinecittà per fare carriera si butta sotto l’automobile di un produttore.

“Buttati per terra” è diventato il comandamento principale. Perché in mancanza di idee, di merito, di talento, di valori, di ragioni, non ci resta che il vittimismo.

*direttore Istess Terni

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