Martedì, 26 Ottobre 2021
Cronaca Amelia

“Murerò tuo figlio se continua così, come ho murato mia moglie”

Caso Barbara Corvi, ecco le intercettazioni che hanno incastrato Roberto Lo Giudice. Il figlio Salvatore alla fidanzata: “Mia madre…dentro una cosa di acido è finita. Senza tracce e non ce ne saranno mai, come non saprò mai la verità”

Sono tre i pentiti che accusano Maurizio Lo Giudice per la scomparsa e la morte di Barbara Corvi, la giovane mamma amerina di cui non si hanno più tracce dal 27 ottobre del 2009. Così come ricostruisce il giornalista e massmediologo Klaus Davi, i collaboratori di giustizia che avrebbero aiutato il procuratore della Repubblica di Terni, Alberto Liguori, a ricostruire questi dodici anni di misteri sarebbero Nino Lo Giudice (fratello di Maurizio, arrestato dai carabinieri, e di Roberto, indagato anche lui in questa vicenda con le accuse di omicidio premeditato, occultamento o soppressione di cadavere) assieme a Consolato Villani e Fabrizio Greve.

Davi ricostruisce che “Antonino Lo Giudice, detto Nino il nano, al vertice della cosca” avrebbe suggerito agli altri esponenti della famiglia ‘ndranghetista di osservare accurate precauzioni “tenuto conto dell’attenzione costante osservata dagli inquirenti verso il clan” invitando a fare “particolare attenzione alle conversazioni più che probabili bersaglio di intercettazioni telefoniche e ambientali. Il clan temeva altresì agguati da cosche avverse nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa di Barbara: l’invito del capo cosca, inappellabile, ai fratelli residenti a Reggio Calabria, era di non commentare la vicenda di Barbara perché temeva di essere intercettato”. Nino Lo Giudice avrebbe raccontato che “l’incontro con il fratello Roberto, descritto come persona non facente parte della consorteria mafiosa - vuoi perché non attrezzato a livello criminale vuoi perché cresciuto, sin dai tempi del soggiorno obbligato (anni ‘90) del padre, ad  Amelia, ove poi si sposerà e vivrà - avvenne a fine estate 2010 nel chiosco di frutta dove Roberto gli confermava il coinvolgimento suo e di Maurizio nella scomparsa di Barbara”.

Altra testimonianza portante nell’impianto dell’inchiesta è quella fornita da Federico Greve, già sodale di Nino il nano ed ex marito di Caterina Parise, attuale compagna di Roberto Lo Giudice, che decise di portare con sé anche il figlio Giulio, avuto da Greve. “E proprio in occasione delle sue visite in Umbria per incontrare il figlio Giulio – ricostruisce Davi sulla base dei fatti riportati nell’ordinanza di custodia cautelare - Federico Greve aveva parlato con Roberto Lo Giudice il quale, lamentandosi del comportamento del figlio, maleducato, buono a nulla e tossicodipendente, gli avrebbe detto che, se non si fosse ravveduto, rispettando le regole, lo avrebbe murato vivo, cioè lo avrebbe ucciso”. Secondo l’ordinanza la frase testuale sarebbe: “Murerò tuo figlio se continua così come ho murato mia moglie”.

Consolato Villani, parente dei fratelli Lo Giudice (la madre era loro cugina) avrebbe invece raccontato agli inquirenti di aver appreso da altro componente del clan, Reliquato Giuseppe, cognato di Nino Lo Giudice, tra la fine ottobre e gli inizi di novembre 2009, nel negozio Tremulini  di Reggio Calabria gestito da Reliquato, che “era scomparsa un’altra donna della cosca Lo Giudice, riferendosi alla moglie di Roberto Lo Giudice, e cioè Barbara Corvi, facendo però anche  riferimento anche ad Angela Costantino affinché io capissi, in termini di ‘ndrangheta, che anche Barbara aveva fatto la stessa fine”.

Il procuratore Liguori ha sentito anche Salvatore Lo Giudice, figlio di Roberto. In baso a quanto riporta Davi, Salvatore ha raccontato agli investigatori che durante la sua permanenza a Reggio Calabria (da novembre 2009), subito dopo la scomparsa della madre, il cugino Salvatore, figlio di Angela Costantino - anch'essa scomparsa ed uccisa per mano di mafia da componenti del clan Lo Giudice - gli avrebbe detto che “mia madre, come la tua, è morta” e lo aveva abbracciato.

Sulle prime, Salvatore sembrava avere interpretato queste parole “nel senso che entrambe le donne, dato che avevano tradito, non dovevano più essere considerate membri della famiglia anche se, successivamente, aveva dato un significato diverso, ma di cui non intendeva parlare”. Il senso compiuto e drammatico di quelle parole, Salvatore lo manifesta però alla fidanzata e viene captato da una intercettazione ambientale: “Mia madre…dentro una cosa di acido è finita…Sì sì senza tracce…e non ce ne saranno mai. Come non saprò mai la verità”.

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