Cantiere maledetto, operaio precipita dal viadotto e muore: condannato ingegnere ternano

L’uomo è "volato" con una betoniera per oltre dodici metri, i giudici: il mezzo era in condizioni pessime, arrugginito e privo di sistemi di protezione

Sono passati quasi dieci anni da quella drammatica mattina del 28 luglio 2010. Iniziati nel 2008, erano in corso lavori di manutenzione di un viadotto (detto “pecora vecchia”) lungo l’autostrada Milano-Napoli nel tratto Vado-Firenze). I lavori erano stati affidati da Autostrade per l’Italia ad un raggruppamento di imprese. Il compito di coordinatore della sicurezza era stato assegnato ad un ingegnere ternano, classe 1971.

“La mattina del 28 luglio 2010 – ricostruiscono ora i giudici della quarta sezione penale della corte di cassazione - il dipendente (…) con mansioni di carpentiere, trovandosi in un piazzale presso la pila 6 del viadotto in questione, area, destinata ad impastare il cemento (…) prendeva le chiavi di una betoniera ivi presente, chiavi che erano accessibili a tutti gli operai, essendo in un cassetta dentro un baracca aperta, saliva sul mezzo, lo metteva in moto e, percorsi 3-4 metri, a causa di un errore di manovra, precipitava, non incontrando nessun ostacolo fisso quali barriera o guard-rail, nella scarpata sottostante, per fermarsi infine 12 metri più sotto sul letto di un torrente”.

“Durante – è scritto ancora in sentenza - la caduta, non essendo la betoniera provvista di barra contro lo schiacciamento dell’autista in caso di ribaltamento né cinture di sicurezza, il lavoratore era sbalzato fuori e subiva plurimi gravissimi traumi, anche a zone vitali (torace, carotide, aorta, spina dorsale), che ne causavano la morte”.

Le successive perizie hanno accertato che “la betoniera in questione era in condizioni pessime, arrugginita, priva di sistemi di protezione antischiacciamento del guidatore e di sistemi di ritenuta, di costruzione risalente a circa 20-30 anni prima, non essendo stato possibile risalire all’anno di fabbricazione”.

Il professionista ternano – già imputato in un procedimento per omicidio colposo plurimo per un incidente avvenuto la notte dell’Epifania del 2007 nel tratto dell’A11 tra Altopascio e Chiesina Uzzanese, in cui persero la vita 4 persone - è stato ritenuto corresponsabile dell’omicidio colposo dell’operaio “per non avere, nella veste indicata, mai rilevato nessuna carenza del piano operativo di sicurezza, piano che invece - hanno ritenuto i giudici di merito – presentava criticità (…) ed inoltre per non avere segnalato al responsabile/datore di lavoro nessuna delle criticità incidenti sotto il profilo della sicurezza”.

Criticità che, così come accertato dai giudici di merito, sulla base di prove sia testimoniali che documentali – dovevano essere evidenti all’ingegnere che “era stato in cantiere numerose volte, essendo periodicamente presente circa ogni 20-30 giorni” e che riguardavano “la limitatezza delle dimensioni dello spiazzo in cui era la betoniera, anche in relazione al tipo di lavorazioni che ivi da circa sette mesi in concreto si svolgevano ed alle condizioni di vetustà del mezzo-betoniera impiegato, né la pericolosità della situazione derivante dalla presenza di una ripida scarpata”. Secondo i giudici, il professionista si era limitato “a dare disposizioni affinché la rete rossa posta sul ciglio della discesa fosse sorretta da tondini di ferro, comunque inadatti a reggere la eventuale spinta di un mezzo in movimento, in luogo di solidi sistemi di contenimento. In ogni caso, ad avviso dei giudici di merito, l’imputato non ha disposto l'apposizione di cartelli o di segnalazioni di pericolo”.

Tesi, quella dei giudici di merito, che è stata confermata anche dalla corte di cassazione a cui l’ingegnere si è rivolto con un ricorso che è stato però rigettato, confermando la condanna a carico del professionista.

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