Neonato morto, Terni non dimentica il piccolo Giuseppe

Un anno fa il ritrovamento del corpo nel parcheggio dell’Eurospin di Borgo Rivo. Le indagini, i dubbi e l’arresto della madre. E ancora oggi in tanti lasciano un fiore o un peluche in ricordo del bimbo

Qualche pelouche bianco, una croce di legno e una rosa rossa. Intorno, uno strano silenzio. Quasi a voler sottolineare che quel posto non è come tutti gli altri. Che in quel posto, un anno, è successo qualcosa di assurdo.

Sono le undici del mattino, sul piazzale dell’Eurospin di Borgo Rivo picchia un sole cocente. Giorgia arriva in macchina, scende e prende dal portabagagli una busta di plastica azzurra. Con lei c’è il suo compagno, Eliano, che però – almeno è questa fino ad ora la ricostruzione dell’inchiesta – non si accorge di nulla. Neanche del fatto che lei appoggia quel fagottino accanto ad un idrante, vicino ad una siepe. Forse si gira per un ultimo sguardo, forse una lacrima le riga il volto. Ma non c’è tempo per i ripensamenti.

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Entra nel supermercato, fa la spesa e poi torna a casa, assieme al compagno, dove ad aspettarla c’è sua figlia. L’altra.

Passano alcune terribili ore. Fino a quando una cliente del supermercato non viene attirata da quella busta. Il sole sta scendendo, il buio avvolge il parcheggio e il silenzio della sera viene interrotto dalle grida di paura e dalle sirene azzurre delle auto della polizia.

In quella busta, nascosto da un lenzuolo bianco, c’è un bimbo, appena nato. Il cordone ombelicale ancora attaccato – così dirà l’autopsia eseguita dal professor Mauro Bacci, ha impedito che il bimbo gridasse. Paradossalmente, che si rendesse conto di essere stato abbandonato. Fino a quando la fame e il caldo hanno avuto il sopravvento.

Gli investigatori cominciano ad appuntare dettagli e testimonianze. Sono a caccia di particolari. Uno di questi può fornire una pista. Si tratta di uno scontrino ritrovato dentro alla busta. Racconta di un acquisto: un paio di scarpe da bimbo. Intanto si disegnano le prime ipotesi: droga, prostituzione, comunque degrado.

Il lavoro degli inquirenti è intenso e in qualche giorno il cerchio si chiude. La squadra mobile della questura arriva fino a Giorgia, la mamma del bimbo. Viene portata negli uffici di via Antiochia e, dopo qualche ora, viene formalizzato l’arresto. Per la ventisettenne ternana l’accusa è pesantissima: omicidio volontario. Commesso ai danni del figlio. Significa che il processo può concludersi anche con una condanna all’ergastolo.

Una perizia psichiatrica stabilirà che la ragazza è capace di intendere e di volere ma che la sua intenzione non era quella di uccidere il bimbo che ha portato in grembo nove mesi, nascondendo – così dice lei – la gravidanza a tutti: padre, madre, parenti e compagno. Elemento che contrasta con la scelta di lasciare il cordone ombelicale attaccato. A patto che davvero questa sia stata una scelta e non una contingenza legata alla necessità di sbarazzarsi quanto prima di quel fagottino.

Si torna in aula il prossimo 9 ottobre. Possibile che già in quella data il tribunale di Terni possa emettere la sua sentenza. E stabilire se Giorgia sia stata davvero una lucida e fredda assassina o se, al contrario, non sia stata capace di stare in piedi di fronte a quel bambino.

Giuseppe, è il nome che gli è stato dato nel giorno del suo funerale. Il bambino vissuto troppo poco. Ma che la città dell’acciaio non saprà dimenticare.  

   

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