Un altro boss dietro le sbarre di Sabbione, “Camaleonte” arriva a Terni

L’inchiesta dell’Antimafia di Venezia smaschera un gruppo criminale ‘ndranghetista specializzato in estorsioni, pestaggi e riciclaggio: un arrestato nella città dell’acciaio

L'operazione Camaleonte

I tentacoli della coscaGrande Aracri” di Cutro (Krotone) si erano allungati fino al cuore dell’operoso nordest. Inquinando il tessuto sociale ed economico di Padova, Padova, Treviso, Vicenza e Venezia.

L’inchiesta “Camaleonte”, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Venezia, è cominciata il 2 aprile del 2013. Il primo passo fu l’intervento dei carabinieri per un pestaggio in un’azienda di San Martino di Lupari. Da allora, gli investigatori – militari dell’Arma e guardia di finanza – hanno scoperchiato le attività di una ramificatissima organizzazione criminale di matrice ‘ndranghetista specializzata in reati come l’usura, il riciclaggio di denaro sporco, l’estorsione, il sequestro di persona, l’emissione di fatture false.

La gang – sono 33 i provvedimenti cautelari fra arresti in carcere, domiciliari e obbligo di firma emessi dal gip del Tribunale di Venezia – si era specializzata nella acquisizione di aziende del territorio per riciclare e sviluppare attività illecite.

Uno dei canali privilegiati per mettere le mani sulle attività “pulite” era quello dell’usura, con tasi di interesse che in alcuni casi – ha provato l’inchiesta – superavano anche il 300%. Chi non riusciva a pagare, prima veniva minacciato, poi picchiato e infine costretto a cedere l’azienda in favore dei sodali del clan calabrese e dei suoi prestanome.

Gli investigatori hanno raccolto materiale probatorio in grado di dimostrare che, attraverso “società cartiere”, l’organizzazione sarebbe riuscita a produrre tutto il supporto documentale necessario alle operazioni di riciclaggio, mascherando i reali profitti di aziende “pulite”, potendo così eludere il fisco e accantonare una ingentissima quantità di liquidità in nero, producendo un danno calcolato in 8 milioni di euro con attività illecite connesse a riciclaggio e reati di natura fiscale.

Le indagini hanno fatto inoltre emergere stretti contatti tra esponenti della cosca ‘ndranghetista e una vasta platea di imprenditori veneti e intermediari a cui risultavano essere consegnate periodicamente cospicue somme di denaro contante. Come appurato dai finanzieri di Mirano, gli obiettivi erano da un lato la “possibilità, in pochi giorni e con pochi passaggi di ripulire ingenti somme di denaro frutto delle proprie attività illecite, facendole apparire come frutto di operazioni commerciali”. Dall’altro l’organizzazione lucrava una percentuale sul contante consegnato agli imprenditori veneti: Che, a loro volta, con il denaro contante fornito dall’associazione criminale creavano fondi neri da utilizzare per fini personali, nonché dei vantaggi fiscali dati dall’utilizzo delle false fatturazioni.

L’organizzazione aveva sostanzialmente creato un flusso perpetuo che poteva contare su numerose società conniventi, in cui le stesse somme riciclate venivano celermente reimmesse nel circuito delle false fatturazioni, così da generare ulteriori profitti.

Il destinatario di uno dei provvedimenti cautelari – originario di Locri – è stato trasferito nel carcere di Terni. Pregiudicato per reati simili a quelli che vengono contestati dall’attuale inchiesta, l’uomo ha trascorso alcuni anni presso una comunità di accoglienza a Brescia ed ora, probabilmente con l’obiettivo di impedire per quanto più possibile i contatti tra i vari membri dell’organizzazione – a cui viene contestata l’associazione a delinquere di stampo mafioso – si trova ristretto dietro e sbarre del carcere di vocabolo Sabbione. L’ennesimo detenuto ad alta sorveglianza nella città dell’acciaio.

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