Sabato, 18 Settembre 2021
Cronaca

Ha due case, un suv e sei moto ma dichiara una miseria: “Sono soldi di mio marito”. Condannata

Donna di Terni contesta il “redditometro” dell’Agenzia delle entrate e arriva fino in Cassazione, i giudici: nessun documento chiarisce come abbia avuto quelle risorse

Incrociando i dati finanziari, c’era qualcosa che non tornava. Tant’è che il redditometro fece scattare due accertamenti da parte dell'Agenzia delle entrate. Uno relativo al 2007 e l’altro al 2008. Anni in cui la donna ternana aveva dichiarato rispettivamente poco più di 2mila e 750 euro. Cifre che mal si conciliavano con quello che invece era il suo patrimonio mobiliare e immobiliare.

La contribuente “risulta proprietaria di abitazione principale e secondaria, autovetture di elevata cilindrata (una Mercedes e una Volkswagen, ndr), sei motocicli, anche di elevata qualità, e di un terreno agricolo”. Il fisco, insomma, chiede di rivedere la dichiarazione Irpef.

La donna presenta ricorso, prima alla commissione tributaria provinciale di Perugia e poi a quella regionale. Ma viene sempre confermato quello che era contenuto negli accertamenti. Anche se produce memorie e documenti in base ai quali i soldi per mettere insieme case, auto e terreni erano del marito, che all’epoca dei fatti lavorava all’estero “ed aveva conseguito in quegli anni un reddito cospicuo”.

La vicenda è dunque arrivata fino alla Corte di cassazione. Se n’è occupata la quinta sezione civile che nelle scorse settimane ha confermato in una ordinanza i provvedimenti già presi dalle commissioni tributarie dell’Umbria.

“Sebbene abbia provveduto ad ampia allegazione documentale, non riporta analiticamente nel motivo di ricorso da quali documenti, ed in quale misura, emergano elementi sintomatici del fatto che la provvista per le spese sostenute sia stata fornita dal marito, o comunque che ciò sia potuto accadere. La contribuente afferma che aveva accesso alle risorse finanziarie del marito, ma neppure espone, nel suo motivo di ricorso con quali modalità ed in quale misura poteva accedere, non segnala come abbia (eventualmente) fornito la prova documentale degli importi che ne ha tratto, e neppure indica quale sia il loro valore complessivo”.

Accertamenti confermati, dunque, e condanna al pagamento delle spese legali: 3.500 euro.

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