Castello di San Girolamo, resta solo l’accusa di truffa: “È stata una guerra tra bande religiose”

La procura chiede 2 anni e 9 mesi di carcere per Galletti e Zappelli, 1 anno e 6 mesi per il notaio Pasqualini. L’ex vescovo Paglia in udienza: “Ho fatto tutto io”. Le difese: totale estraneità ai fatti contestati

Il fascicolo dell’inchiesta sulla compravendita del castello di San Girolamo a Narni ha cominciato a comporsi intorno al 2011. Due anni dopo, l’inchiesta ha avuto il suo primo sussulto quando una prima parte di indagine si è chiusa e sono scattate le manette: tre arresti e una quindicina di indagati. Nel 2015 la “bomba” è esplosa in tutto il suo clamore, quando nelle carte è comparso l’ex vescovo della diocesi di Terni Narni Amelia, monsignor Vincenzo Paglia.

Ora, dopo un processo lungo quattro anni, la vicenda arriva ad passaggio cruciale. Il prossimo primo dicembre è infatti prevista la sentenza nei confronti di sei imputati. Si tratta di Luca Galletti, ex direttore dell’ufficio tecnico della diocesi e braccio destro del presule, dell’ex economo diocesano Paolo Zappelli, il notaio ternano Gian Luca Pasqualini, già membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, dell’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni, e due dirigenti del Comune di Narni, Antonio Zitti e Alessia Almadori.

Delle accuse originarie, nel fascicolo processuale resta ben poco. L’ipotesi investigativa da cui si partì immaginava scenari piuttosto foschi: associazione a delinquere, riciclaggio, turbativa d’asta e una serie di altre contestazioni che si inserirono nel più ampio panorama del “buco” da 20 milioni di euro che aveva divorato i conti della curia ternana.

Il fragore di quella bomba è però risuonato in maniera molto più blanda nell’aula del tribunale di Terni quando il pm in udienza, la dottoressa Barbara Mazzullo, ha invece letto le richieste di condanna e, soprattutto, anticipato che il castello accusatorio è riassunto nell’accusa di truffa. Niente associazione né tantomeno autoriciclaggio. Da qui le richieste: 2 anni e 9 mesi per Galletti (difeso dall’avvocato Manlio Morcella) e Zappelli (assistito dall’avvocato Luca Maori); un anno e 6 mesi per Zitti e Pasqualini (assistiti dagli avvocati Pasqualini ed Esposito) ed assoluzione per Bigaroni e Almadori.

Martedì scorso è stata la volta delle difese che, a loro volta, hanno ricostruito le vicende finanziarie oggetto del procedimento, dando però anche una lettura “storica” di quei fatti. Soprattutto sulla scorta della testimonianza resa dallo stesso Paglia – poi scagionato dall’inchiesta per estraneità ai fatti - a fine settembre. “Ho fatto tutto io, certo”, ha detto in aula l’attuale presidente della Pontificia accademia per la vita, anticipando quelli che sono stati poi i punti focali delle difese.

L’acquisto del castello di San Girolamo – in realtà, un antico monastero – sarebbe rientrato in una più ampia operazione di rilancio economico della diocesi di Terni: quella struttura avrebbe dovuto rappresentare il primo di una serie di investimenti che avrebbero scommesso sul turismo congressuale e religioso non solo per rimpolpare i conti della chiesa locale, ma anche dare una mano all’economia del territorio.

Secondo Morcella, “al suo arrivo a Terni nel 2000, Paglia trovò già un debito di tre milioni e mezzo di euro che lievitò a sette milioni per i debiti accumulati dalle parrocchie che il vescovo volle cancellare, a cui si aggiungeva una quota fissa di indebitamento fisiologico della curia pari a 350mila euro l’anno”. Nonostante questo, a fine 2012 – cioè quando Paglia lasciò Terni – “il patrimonio della diocesi era aumentato di 35 milioni grazie all’apprezzamento immobiliare cui aggiungere le opere d’arte acquisite, che valgono qualche altro milione di euro”.

Tutto il contrario, dunque, rispetto alla “favola” del buco milionario. Tanto da scatenare una “guerra fra bande religiose”, ossia tra i “progressisti” che con Paglia avrebbero “dato corso ad una attività di valorizzazione della diocesi intorno al 2010” anche con l’acquisizione del San Girolamo e i “conservatori”.

“Siamo fiduciosi del fatto che riusciremo a dimostrare la totale estraneità ai fatti delle persone coinvolte”, commenta l’avvocato Maori.

Il primo dicembre è dunque programmata la sentenza, anche se sui capi di imputazione si affaccia la possibilità della prescrizione essendo “cadute” le accuse più pesanti, come l’associazione a delinquere e il riciclaggio.

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