Cronaca

Camici d’oro, dopo la prima sentenza altri 800 casi: “In Umbria coinvolti novemila infermieri”

La Uil Fpl fa il punto dopo il pronunciamento del tribunale di Terni sui tempi di vestizione. “Regione e aziende devono recepire il pronunciamento della Cassazione”

Dopo il caso di una dipendente dell’ospedale di Orvieto, altri 800 infermieri si sono mossi nella stessa direzione. Con un potenziale bacino di novemila lavoratori in tutta la Regione. “E se la prima infermiera ha potuto contare su un risarcimento di 3.800 euro, ecco che la cifra complessiva potrebbe essere molto maggiore, tutta a carico della sanità regionale”.

La Uil Fpl di Terni fa il punto della situazione dopo la sentenza del tribunale di Terni 289/2021 che di fatto “porta concretamente i risarcimenti relativi alla vestizione ad una lavoratrice dell’azienda ospedaliera Santa Maria”. La questione riguarda il riconoscimento al lavoratore del tempo impiegato per indossare il camice di lavoro prima dell’effettivo orario di inizio turno. Sulla scia di quel pronunciamento, altri 800 casi al momento potrebbero seguire l’iter, dopo che la Corte di cassazione ha dato ragione proprio al sindacato che, nel 2007, aveva avviato la pratica per un’infermiera di Orvieto.

“Il tribunale di Terni - ha spiegato Gino Venturi, segretario provinciale della Uil in conferenza stampa, insieme a Marco Cotone, segretario generale Uil Fpl Umbria, Mauro Candelori, rappresentante Uil all’ospedale di Terni e all’avvocato Maurizio D’Ammando - ha dato il via ai risarcimenti per i lavoratori, dopo il pronunciamento della Cassazione che ha dato ragione alla nostra causa. Ora bisogna guardare ai numeri: circa ottocento casi sono già alla nostra attenzione, ma potenzialmente la questione riguarda novemila infermieri in tutta la Regione. Il nostro obiettivo è di aprire un confronto con le aziende sanitarie e con la Regione per arrivare a una conciliazione prima del giudizio, in modo che le casse pubbliche risparmino”.

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Tutto nasce nel 2007 quando un’infermiera iscritta alla Uil ha dovuto lasciare una riunione per entrare in turno all’ospedale di Orvieto. Turno che iniziava alle 14, ma la donna, come spiegò in quell’occasione, doveva presentarsi prima per indossare il camice. Una situazione che incuriosì lo stesso Gino Venturi: da lì sono partiti i primi ragionamenti che hanno poi portato ad incardinare la causa diventata a questo punto di portata nazionale.

“Nel 2011 - ha spiegato in conferenza l’avvocato D’Ammando - dopo che la Uil aveva chiesto più volte una conciliazione con la Usl, il primo pronunciamento del giudice del lavoro di Orvieto ci è stato favorevole. L’anno seguente la Usl ha presentato ricorso in appello, vincendolo. Nel 2019 il nostro ricorso alla Cassazione, con parere favorevole. La questione diventa a questo punto nazionale, tanto che il discorso del tempo di vestizione rientra anche nel nuovo contratto di lavoro nazionale”.

“Ma ad oggi in Umbria questa direttiva non viene applicata - prosegue il segretario Cotone - anche se la nostra posizione è sempre quella di tentare la conciliazione con le aziende, prima di arrivare al giudizio”.

“Il 15 luglio 2021 - ha spiegato Candelori - poi la sentenza del tribunale di Terni con un risarcimento di 3.876 euro, ricostruita anche in base al nostro complicato lavoro di ricostruzione degli orari di timbratura del cartellino nel corso degli anni”.

“Se le aziende interessate non si apriranno a rinegoziare i termini della questione - ha concluso Cotone - anche adesso che c’è di mezzo una sentenza della Cassazione, il rischio è quello di vedersi costrette ad andare incontro a spese ingenti per ogni lavoratore”.

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