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Martedì, 31 Gennaio 2023
Economia

Imprese in crisi, Terni è la seconda provincia in Italia per numero di aziende a rischio fallimento

Una realtà su quattro è “vulnerabile”, in bilico soprattutto parrucchieri e istituti di bellezza, negozi di abbigliamento, agenzie di viaggio e ristorazione. Il rapporto di Agenzia Umbria Ricerche

“L’aumento della rischiosità delle imprese riguarda tutte le aree del Paese, con un ampliamento del divario tra nord e centro-sud. Il centro è l’area con la maggiore incidenza di imprese a rischio, mentre il sud registra la quota più alta di imprese fragili (rischiose e vulnerabili), il 60 per cento del totale. L’Umbria figura tra le regioni a maggior vulnerabilità, in particolare con Terni, la seconda provincia (dopo Crotone) con la maggior quota di aziende a rischio, una su quattro”.

A metterlo nero su bianco è l’ultima relazione economico-sociale di Aur, Agenzia Umbria Ricerche in un paragrafo appositamente dedicato all’indice di rischio delle piccole e medie imprese, sulla base di dati di Confindustria e Cerved.

In particolare è proprio l’indice di rischio Cgs relativo alle società di capitale messo a punto da Cerved a mostrare “a luglio 2022 una risalita e classifica al 16,1 per cento delle imprese come a rischio di default, rispetto al 14,4 dell’anno precedente (dopo il picco del 21,7 nel 2020). Crescono anche le imprese classificate come vulnerabili (32,6 per cento nel 2022), disegnando una situazione in cui quasi una impresa su due si trova in un’area di fragilità”.

“Il profilo di rischio economico-finanziario delle Pmi nel 2007, prima della crisi finanziaria, era caratterizzato da una maggiore vulnerabilità rispetto ad oggi – spiega il dossier di Aur - Tra le circa duemila imprese operative in Umbria, all’epoca solo un terzo erano considerate solvibili, a fronte del 29 per cento con fondamentali rischiosi e con il restante 37,3 per cento classificate come vulnerabili. Nel corso degli anni successivi, il progressivo rafforzamento patrimoniale e l’uscita dal mercato delle imprese più fragili hanno rafforzato i parametri, in Umbria come in Italia (...) L’impatto della pandemia ha provocato un peggioramento dell’indice che misura il rischio di fallimento delle Pmi: quelle in area di sicurezza sono scese in Umbria dal 22,5 del 2019 al 15,4 per cento (dal 32,6 al 17,3 per cento in Italia), con un contemporaneo incremento dal 10,5 al 13,8 per cento delle Pmi a rischio di default (dall’8,4 al 13,2 per cento a livello nazionale)”.

Nel 2021, grazie al progressivo allentamento delle restrizioni e alla ripresa dell’attività economica, la situazione registra un miglioramento, che in Umbria si presenta un po’ meno netto rispetto alla media nazionale e che comunque non consente di recuperare pienamente i livelli del 2019: la quota di Pmi regionali considerate sicure cresce al 16,8 per cento (21 per cento in Italia) mentre quelle rischiose scendono al 12,6 per cento (11,4 per cento in Italia).

E nel quadro complessivo regionale, la situazione del tessuto produttivo appare più fragile visto che, come rilancia Aur, un’impresa su quattro sarebbe a rischio default.

“I peggioramenti più consistenti sono particolarmente concentrati nelle imprese meno strutturate e tra le micro e le piccole imprese, maggiormente penalizzate dalle conseguenze della pandemia e più esposte agli effetti dei rincari e dell’inflazione. A livello settoriale, i dati evidenziano impatti piuttosto diversificati sulle prospettive di rischio, che risultano particolarmente marcate nelle costruzioni, nei servizi e nell’agricoltura. Il settore energetico, nonostante l’aumento della rischiosità nel 2022, rimane l’unico ad attestarsi su livelli inferiori al pre-Covid. A livello più disaggregato, l’impatto maggiore colpisce tre comparti di attività: i servizi non finanziari e in particolare il turismo, i trasporti e l’industria pesante, che risente in misura maggiore dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei materiali. Tra i settori con la più alta quota di imprese a rischio troviamo i trasporti aerei (41 per cento), parrucchieri e istituti di bellezza (38 per cento), dettaglio moda (36 per cento), gestione aeroporti (35 per cento), agenzie viaggi, ristorazione, mattoni e materiali edili (30 per cento)”.


 


 

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