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Il paradosso di Valentino: chi dice di valorizzarlo, mira a distruggerlo

Il giornalista e storico Arnaldo Casali interviene sulla figura del santo dopo le riflessioni del professor Raspetti: “Patrono dei diritti umani? Leggende e interpretazioni che nulla hanno di storico”

Se San Valentino a Terni non decolla e Terni non decolla grazie a San Valentino, come ho avuto modo di spiegare più volte (in ultimo nell’intervento pubblicato sul Riformista nell’ambito del dibattito di cui lo stesso TerniToday è stato parte) è a causa di un provincialismo miope e autolesionista, che porta a nascondere, negare, rinnegare questo incredibile tesoro nascosto per difenderne la proprietà e una presunta “verità” storica che poi non ha niente di vero né di storico.

L’intervento di Giampiero Raspetti – come tutta la sua propaganda valentiniana - ne è l’esempio più significativo e surreale. Raspetti, infatti, pensa di promuovere il santo adoperandosi per cancellare quel poco che c’è, polemizzando con chiunque si dia da fare, e – sublime paradosso – ne difende la storicità divulgando leggende e interpretazioni discutibili che nulla hanno di storico.

Ma entriamo nel merito: nel suo intervento pubblicato su TerniToday il 1 marzo, dopo l’ennesima tirata in cui contrappone gli studi storici sul vescovo di Terni alle leggende sul patrono degli innamorati, il fondatore de La Pagina rilancia la sua proposta di fare di Valentino il patrono dei diritti umani.

L’idea, badate bene, di per sé non è malvagia: San Valentino è venerato nel mondo come patrono di una miriade di cose: dal bestiame agli agrumeti, dagli epilettici agli innamorati. Perché non aggiungere anche i diritti umani? Non c’è niente di male e – come dice lui – questa idea potrebbe diventare una buona opportunità per la città.

Il problema è che Raspetti pretende di dare a questa idea una base storica. E una base storica, l’idea di un Valentino patrono dei diritti umani non ce l’ha per niente. Almeno non più di quanto ce l’abbia l’idea del patrono della solidarietà o dell’amore. Con la differenza che la protezione degli innamorati, Valentino, ce l’ha da almeno sette secoli, mentre quella dei diritti umani se l’è inventata Raspetti. Manca, cioè, di una tradizione – come quella del patrono degli innamorati - che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed è conosciuta in tutto il mondo, e che per questo motivo ha molte più potenzialità sotto il profilo spirituale, culturale e commerciale.

Non è certo un caso se i ternani, di questo grande tesoro, se ne sono accorti già nel XVII secolo. Come spiego nel libro Sulle tracce di Valentino il vescovo di Terni è patrono di centinaia di città in tutta Europa, dal Veneto all’Austria, dalla Polonia alla Russia. Terni è l’unica, però, che lo omaggia anche come patrono degli innamorati. Altrove Valentino – sì, Valentino di Terni, proprio lui – è venerato piuttosto come santo taumaturgo.

La verità è che Terni, pur avendo dato (forse) i natali al santo, ad averlo avuto (probabilmente) come vescovo e a custodire (sicuramente) la sua tomba, lo ha dimenticato per secoli. Nel medioevo, mentre in Polonia si scrivevano ballate e a Bussolengo sorgeva una chiesa con ben tre cicli di affreschi, centinaia di dipinti e statue, a Terni la sua basilica era in rovina e non esistevano praticamente raffigurazioni.

È solo quando Valentino ha iniziato a essere venerato come patrono degli innamorati che la sua città lo ha riscoperto. Non è certo un caso se nel 1602 Shakespeare lo cita nell’Amleto e appena tre anni dopo il vescovo Giovanni Antonio Onorati promuove gli scavi archeologici per ritrovare la tomba.

Di fatto Valentino, già allora, è percepito a Terni più come il santo degli innamorati che come il patrono della città: non a caso gli si rivolta contro la Curia, fedele all’altro patrono: Sant’Anastasio, il Defensor civitatis sepolto nella Cattedrale.

Quando, su ordine del Papa, la città di Terni si trova a dover eleggere il proprio patrono principale, tutto il clero diocesano vota per Sant’Anastasio, mentre i laici scelgono San Valentino. L’ago della bilancia finiscono per farlo i carmelitani - preti sì ma custodi della tomba – decisivi nell’elezione di Valentino a patrono della città.

Nel Seicento, quindi, i ternani avevano compreso bene la grande potenzialità costituita da quello che sull’iscrizione presente sotto l’altare è definito “Patrono dell’amore”. Nei secoli successivi, però, prima i massoni e poi i comunisti si adoperano per combattere il santo patrono, ricacciandolo tra le braccia dei preti.

L’opera di Raspetti, quindi, si inserisce – paradossalmente e forse inconsapevolmente – proprio nel filone anticlericale che ha mirato, negli ultimi due secoli, a distruggere la memoria di San Valentino, svuotando gli stessi eventi valentiniani del suo protagonista e trasformandoli in un carrozzone che punta ad intrattenere la cittadinanza senza fargli conoscere il suo santo.

*giornalista e scrittore

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