Botte in discoteca, la Cassazione: legittima difesa. Sentenza da rifare

L’aggressione ha provocato lesioni cerebrali multiple e danni permanenti alla vittima. Ma i giudici: c’è stata una provocazione

Il pugno, la caduta e il referto: lesioni cerebrali multiple, frattura della base cranica, frattura di una vertebra, ematoma e conseguenze permanenti. Tutto per una lite esplosa all’interno di una discoteca del Ternano e finita davanti alla porta d’ingresso. Era seguito il processo in primo e secondo grado con conseguente condanna per l’aggressore (un giovane ternano, come la vittima delle botte). Adesso la Corte di cassazione rimette tutto in discussione. Perché i fatti non sono andati così come ricostruito dai giudici di primo e secondo grado.

La ricostruzione che ha portato alla condanna dell’aggressore dice che la vittima si sarebbe avvicinata a lui “con spinte ed espressioni verbali aggressive” in conseguenza delle quali, l’aggressore “aveva sferrato un pugno alla persona offesa, che barcollava, cadeva e perdeva i sensi”.

Un “atteggiamento provocatorio” che però la difesa dell’imputato ha utilizzato per avanzare l’ipotesi che l’aggressione sia maturata in un contesto di “legittima difesa”. Tra i due contendenti c’erano già stati degli screzi: minacce e percosse che, in almeno un caso, erano state collegate ad una donna contesa. Le conferme sui precedenti arrivano dalle deposizioni di alcuni testimoni e da una sentenza del giudice di pace, tanto che i giudici della Cassazione arrivano a definire le provocazioni come un “atteggiamento tipico” della vittima che, la sera del fattaccio, era incrementato dalla presenza in corpo di un elevato tasso alcolico e da tracce di cocaina.

Nello specifico di quella serata, poi, l’imputato avrebbe reagito alle prime offese cercando di allontanarsi e quindi “ponendo in essere una condotta idonea ad evitare la colluttazione” poi “verificatasi nel prosieguo”. Le accortezze dell’imputato non sono però servite perché la vittima “in evidente stato di ubriachezza” ha proseguito nelle sue provocazioni, fino a scatenare la reazione dell’imputato, che sarebbe stata innescata “da un costante comportamento aggressivo e ingiurioso”.

Per questo, i giudici della suprema corte hanno disposto “l’annullamento della sentenza” di condanna e il “contestuale rinvio alla corte d’Appello di Firenze per un nuovo esame”.

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