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Sabato, 13 Agosto 2022
Economia

Caldo e afa, ecco cos’è lo stress termico: gli effetti sui lavoratori, i rischi per la salute e come proteggersi

L’aumento delle temperature a livello globale ha reso negli ultimi anni più comune il fenomeno dello “stress termico”, cioè l’eccessivo caldo ricevuto rispetto a quello che il corpo può tollerare senza subire un danno fisiologico

Che gli eventi meteorologici estremi siano sempre più frequenti - anche nella nostra Umbria -è un dato di fatto: basta aprire un qualunque giornale recente e le foto di incendi si sprecano. Il problema però non è solo di natura ambientale ma anche sociale ed economico. L’aumento delle temperature a livello globale, causato dai cambiamenti climatici, ha reso negli ultimi anni più comune il fenomeno dello “stress termico”, cioè l’eccessivo caldo ricevuto rispetto a quello che il corpo può tollerare senza subire un danno fisiologico.

Lo stress termico si verifica generalmente a temperature superiori a 35°C e in condizioni di elevata umidità. Il caldo eccessivo durante il lavoro crea rischi per la salute sul lavoro; limita le funzioni e le capacità fisiche dei lavoratori, la capacità di lavoro e la produttività. Il “caldo da esaurimento” si verifica quando la temperatura corporea supera i 39°C: è associata a una ridotta produttività del lavoro, a una maggiore prevalenza di errori legati al lavoro e ad un aumento del rischio di infortuni accidentali sul lavoro. Lo stress termico si verifica inoltre quando il sistema di termoregolazione dell’organismo fallisce. La temperatura dell’aria, il ritmo di lavoro intenso, la ventilazione, l’umidità, gli indumenti da lavoro, sono tutti fattori che possono concorrere allo stress termico. Inoltre, l’esposizione simultanea agli inquinanti atmosferici urbani, in particolare all’ozono, potenzia gli effetti delle alte temperature.

I lavoratori di tutti i settori sono esposti a questo fenomeno, ma sono particolarmente esposte le occupazioni che comportano maggiori sforzi fisici e/o che si svolgono all’aperto come agricoltura, silvicoltura e pesca, ma anche attività edili e al sistema elettrico, operazioni alla rete del gas e dell'acqua, i trasporti, industrie all’aperto. Anche i lavoratori del settore industriale che lavorano in ambienti chiusi sono a rischio se i livelli di temperatura all’interno di fabbriche e officine non sono regolati correttamente. A livelli di caldo elevato, anche lo svolgimento di mansioni d’ufficio di base diventa di difficile esecuzione e possono comportare l’insorgenza dell’affaticamento mentale.

Gli effetti immediati delle elevate temperature sulla salute dei lavoratori sono caratterizzati dall'aumento della fatica percepita, dovuta spesso a una sensibile disidratazione, e dalla riduzione delle capacità di concentrazione e di reazione. In particolare l'associazione fra esposizione occupazionale a temperature estreme e rischio di infortunio sul lavoro è di particolare importanza considerando che molte attività lavorative si svolgono all'aperto con l'ulteriore aggravante che lavorazioni complesse e pesanti sono spesso programmate d'estate perché molti materiali devono essere manipolati a temperature elevate; inoltre in estate è minore la probabilità di pioggia.

Si indica poi che gli orari di lavoro spesso comprendono le ore più calde e soleggiate della giornata a elevato rischio di stress termico (14:00-17:00) e molte attività professionali richiedono un intenso sforzo fisico abbinato spesso all'utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi) che, limitando la dispersione di calore corporeo, rappresentano un ulteriore fattore aggravante gli effetti del caldo. In situazioni in cui il calore assorbito dal corpo non viene dissipato sufficientemente si verifica uno stress termico la cui intensità dipende anche dal livello di acclimatazione del lavoratore”. Per una valutazione oggettiva. Uno degli indicatori più comuni usati per valutare se e in che misura le condizioni dell’ambiente termico possano compromettere la salute della popolazione è l'utilizzo dell'indice di calore (heat Index), ricavato dalla misura della temperatura ambiente (termometro) e dell’umidità relativa (igrometro), facendo riferimento alla Tabella, sviluppata dal Dipartimento della Nazionale di Meteorologia francese.

Tale indice, attraverso un algoritmo i cui risultati sono riportati in una tabella semplificata, permette di identificare 4 livelli di allerta: Cautela per possibile affaticamento che prevede una particolare attenzione per soggetti sensibili - con un punteggio compreso tra 80 e 90; estrema cautela, possibili crampi muscolari, esaurimento fisico, con un punteggio compreso tra 90 e 104; rischio di possibilità di colpo di calore, tra 105 e 129; oltre 130 porta ad un rischio elevato di colpo di calore. Il rischio quindi viene valutato mediante In caso di lavoro al sole l’indice fornito dal foglio di calcolo va aumentato di 15. Ad esempio in caso di temperatura 30°C ed umidità relativa 60% l'indicatore Heat Index fornito dal foglio di calcolo sarà 89 (cautela). In caso di esposizione alla radiazione solare diretta sarà invece 89+15=104 (estrema cautela/rischio possibilità colpo di calore)

Cosa dicono le stime? Secondo le proiezioni, nel 2030, a causa dello stress termico andranno perse percentuali di ore di lavoro comprese tra il 2,2% e il 3,8% – l’equivalente rispettivamente di 80-136 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Poiché è molto probabile che il riscaldamento globale continuerà anche oltre il 2030, si prevede che maggiori aumenti di temperatura diminuiscano ulteriormente la produttività del lavoro. Le perdite economiche dovute allo stress termico sul lavoro sono state stimate in 280 miliardi di dollari nel 1995. Si prevede che questa cifra aumenterà fino a 2.400 miliardi di dollari nel 2030, con un maggiore impatto nei paesi a basso e medio reddito.

Cosa si può fare? La proliferazione, inoltre, delle cosiddette “isole di caldo urbano”, aree di caldo concentrato all’interno delle città derivanti dal numero crescente di aree urbanizzate, intensificherà ulteriormente l’impatto delle ondate di caldo, aggravando i rischi per i lavoratori. Nel concreto e nell'immediato, i consigli sono: prevenire la disidratazione, avendo a disposizione acqua fresca consumata regolarmente, a prescindere dallo stimolo della sete; indossare abiti leggeri di cotone, traspiranti, di colore chiaro, comodi, adoperando sempre un copricapo (non lavorare a pelle nuda); rinfrescarsi bagnandosi con acqua fresca; lavorare nelle zone meno esposte al sole; fare interruzioni e riposarsi in luoghi freschi; fondamentale è evitare di lavorare da soli.

A livello più generale la risposta del mondo del lavoro al riscaldamento globale dovrebbe includere: politiche di adattamento ai cambiamenti climatici e azioni per proteggere i lavoratori da queste condizioni; una strategia globale per mitigare i cambiamenti climatici e limitare ulteriori aumenti di temperatura; riforme strutturali per aiutare i lavoratori agricoli a transitare verso altri settori; e misure volte a far fronte ai pericoli climatici.

Tra le possibili soluzioni allo studio per prevenire il rischio da esposizione ad ambienti caldi un filone di ricerca è orientato allo sviluppo di nuovi capi di abbigliamento basati su tecnologie di raffreddamento locale incorporate negli indumenti stessi, con lo scopo di riuscire ad asportare calore dalla superficie corporea riducendone l'eventuale accumulo nel corpo e limitando l'innalzamento della temperatura centrale, essenziale per garantire la salute del lavoratore.

Per rimanere aggiornati anche quest'anno è attivo il Sistema operativo nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, coordinato dal Ministero della salute insieme al Centro per la prevenzione ed il controllo delle malattie (Ccm). Il sistema operativo consente il coordinamento centrale delle attività locali di prevenzione e l’attivazione del Sistema nazionale di previsione/allerta per ondate di calore, denominato Heat Health Watch Warning System: uno strumento che permette di modulare gli interventi di prevenzione in base ai livelli di rischio climatico e che prevede, con un anticipo di almeno 72 ore, l’arrivo di una condizione climatica a rischio per la salute.

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