Terni, la crisi dai capelli bianchi: ci sono più pensionati che lavoratori dipendenti

Sono 107mila gli assegni per quiescenza pagati in provincia mentre le buste paga si fermano a quota 85mila. Il dato di Perugia è anche peggiore e l’Umbria scivola sempre più verso le regioni del sud Italia

Fino a qualche anno fa il rapporto era uno a uno. Sicuramente poco confortante, ma almeno in equilibrio. Poi, la crisi del 2008 ha peggiorato le cose. E ora, l’emergenza Covid rischia di dare il colpo finale.

In Umbria il numero complessivo di pensioni erogate è pari a 403mila unità, mentre gli occupati sono 355mila, con una differenza negativa di 48mila assegni tra quiescenze e buste paga.

Il dettaglio provinciale dice che a Terni il numero di pensioni è pari a 107mila mentre le buste paga sono 85mila (-22mila). Male, ma un po' meglio di quello che accade nel Perugino dove la differenza tra pensioni (296mila) e stipendi pagati (270mila) è di 25mila unità.

Nel territorio regionale, insomma, ci sono più pensionati che lavoratori. Un dato che fa scivolare l’Umbria sempre più verso i territori del sud Italia. Tutte le otto regioni del meridione presentano un numero di pensioni superiore a quello degli occupati. Tra le province meridionali solo tre registrano un saldo positivo, ovvero più lavoratori attivi che pensioni erogate: Teramo, Ragusa e Cagliari.

Al Nord, invece, l’unica regione in “difficoltà” è la Liguria, che ha tutte le quattro province con il saldo negativo e il Friuli Venezia Giulia che ha un saldo pari a zero. Al Centro, invece, oltre all’Umbria, male anche le Marche. Ovviamente, le situazioni più problematiche si registrano nelle aree dove l’età media è più avanzata. A livello regionale quella più elevata si trova in Liguria (48,46 anni medi). Subito dopo ci sono Friuli Venezia Giulia (47), Piemonte (46,54), Toscana (46,52) e Umbria (46,49). A livello provinciale, invece, la realtà più “vecchia” d’Italia è Savona (48,85 anni medi), seguono Biella (48,70), Ferrara (48,55), Genova (48,53) e Trieste (48,39). Le più giovani, invece, sono Bolzano (42,30), Crotone (42,18), Caserta (41,35) e Napoli (41,31).

“Con un notevole grado di certezza - fa sapere l’ufficio studi della Cgia di Mestre che ha realizzato l’analisi - possiamo affermare che il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati. In virtù degli ultimi dati disponibili, se nello scorso mese di maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi a 22,77 milioni di unità, gli assegni pensionistici erogati sono superiori. Al primo gennaio 2019, infatti, la totalità delle pensioni erogate in Italia ammontava a 22,78 milioni. Se teniamo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi ha raggiunto il limite di età e dell’impulso dato dall’introduzione di quota 100, successivamente al primo gennaio dell’anno scorso il numero complessivo delle pensioni è aumentato almeno di 220mila unità. Pertanto, possiamo affermare con una elevata dose di sicurezza che gli assegni stanziati alle persone in quiescenza sono attualmente superiori al numero di occupati presenti nel Paese”, sottolinea il coordinatore dell’ufficio studi, Paolo Zabeo.  

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“Il sorpasso è avvenuto in questi ultimi mesi. Dopo l’esplosione del Covid, infatti, è seguito un calo dei lavoratori attivi. Con più pensioni che impiegati, operai e autonomi, in futuro non sarà facile garantire la sostenibilità della spesa previdenziale che attualmente supera i 293 miliardi di euro all’anno, pari al 16,6 per cento del Pil. Con culle vuote e un’età media della popolazione sempre più elevata, nei prossimi decenni avremo una società meno innovativa, meno dinamica e con un livello e una qualità dei consumi interni in costante diminuzione”. 

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