Ast in vendita, ecco chi sta alla finestra. Una “pista” porta anche all’ex ad Lucia Morselli

I sindacati incontrano il sindaco di Terni: occupazione, investimenti e “peso” industriale da difendere. Domani convocate le Rsu di fabbrica. Appello a Regione e prefetto, aspettando il Governo

La doccia fredda non era poi così gelata. O meglio: Acciai speciali Terni che esce dal core business di ThyssenKrupp e finisce sul mercato è un terremoto economico, politico e sociale per Terni, per l’Umbria e per l’Italia. Ma gli indizi che potevano far immaginare un epilogo così complicato c’erano tutti.

“Che Ast non fosse strategica per Tk – spiega Giovacchino Olimpieri, segretario generale di Fismic Confsal – lo avevamo capito già dal 2018. E già dal 2018 si ventilava l’ipotesi della vendita”. Le modifiche al board della multinazionale hanno, o avrebbero, allungato un po’ i tempi. Ma l’esito non è cambiato.

Oggi il problema è di altra natura. In primo luogo, va capito come “gestire questo interregno”, dice Olimpieri. Investimenti, livelli occupazionali, ambiente. E indotto. Perché è vero che Ast ha circa 2.300 dipendenti diretti. Ma ne ha anche 1.500 indiretti (e circa 150 somministrati), ossia personale che opera con le ditte che lavorano per e con Ast. Che hanno fatto investimenti, immaginato un futuro industriale. E che ora, loro sì, si ritrovano sotto una doccia gelata.

Stamattina in fabbrica si respirava l’aria dura di chi sa che avrà avanti giorni difficili. Dal 23 maggio al 3 giugno parte di viale Brin si ferma. “E poi – si chiede Olimpieri – che succederà?”.

Ci sono da disegnare i prossimi mesi e, soprattutto, un possibile identikit di chi sarà il prossimo “capo”. Negli scenari di queste ore, qualche ipotesi comincia a circolare. Ma si tratta di ricostruzioni ancora troppo fragili. Anche se c’è chi giura che “i tedeschi” potrebbero già avere in mente qualcuno di ben delineato.

Una delle opzioni che rimbalzano negli ambienti industriali è che si stia preparando una join venture che vedrebbe assieme Arvedi, Marcegaglia, Mittal – che in Italia è guidata da Lucia Morselli, già ad di Ast - e Cassa depositi e prestiti. Un “polo” (Acciaierie Italia) che avrebbe nell’inox il suo punto di forza e che così potrebbe in qualche modo combattere coi prodotti cinesi e americani e, soprattutto, competere nella guerra dei dazi che tanto sta sconquassando il mondo dell’acciaio.

“Meglio un soggetto che abbia un profilo manifatturiero piuttosto che qualcuno che speculi finanziariamente sul progetto”, mette le mani avanti Olimpieri. Che riflette anche sul “come” si potrebbe vendere in questa era post-Covid, con le produzioni che annaspano, il settore che fatica e il mercato che non viaggia sicuramente col vento in poppa.

Occupazione, ambiente – dunque – e storia industriale. Perché la fabbrica di viale Brin (il 15% dell Pil umbro, il 60% di quello provinciale e un peso notevole nel comparto siderurgico nazionale) non è soltanto un polo produttivo.

Domani, 20 maggio, si vedono le Rsu di fabbrica. Oggi, le organizzazioni sindacali (oltre alla Fismic c’erano i segretari territoriali di Fim Simone Liti, Fiom Alessandro Rampiconi, Uilm Simone Lucchetti, Ugl Daniele Francescangeli e Usb Emanuele Pica) hanno incontrato il sindaco di Terni, Leonardo Latini, e il vice Andrea Giuli, convergendo sulla necessità di comporre un fronte unito che affronti la vertenza. Lo stesso sarà chiesto a Regione e prefettura, aspettando che il Governo, attraverso il ministero dello sviluppi economico, convochi al più presto le parti.

Le altre reazioni

Ma è evidente che Ast in vendita sta scatenando il mondo politico e sindacale, tanto è grave il peso della vertenza.

In una nota, Usb ritiene ad esempio “urgente e necessaria la convocazione di un tavolo ministeriale che affronti l’emergenza legata alle scelte della multinazionale tedesca. È necessaria l’apertura di un tavolo presso il ministero dello sviluppo economico che ragioni complessivamente del settore siderurgico nazionale attraverso una chiara regia di stato, di intervento a rilancio del settore anche attraverso le nazionalizzazioni”.

Nazionalizzazione che viene chiesta anche dal Partito comunista di Terni: “È ora di dire basta in maniera definitiva al massacro della classe operaia del tessuto ternano metalmeccanico. Nazionalizzare Ast é l'unica alternativa definitiva per liberare i lavoratori ostaggi delle lobby imperialiste nel mondo dell’acciaio. Il Partito comunista il 2 giugno sarà in piazza a Terni a fianco dei lavoratori, dei precari, della microimpresa e dei disoccupati, intraprenderemo ogni tipo di azione e di lotta necessaria a difendere il lavoro in questa città”.

“L’Ast, il suo futuro, la sua sostenibilità produttiva ed ambientale – scrive invece Rifondazione comunista di Terni -sono un patrimonio strategico di Terni e del Paese. Occorre una immediata Soluzione pubblica, lo Stato smetta di osservare e faccia lo Stato, difendendo il settore, gli occupati, il diritto al lavoro ed alla salute. Terni merita più rispetto per la sua storia industriale. Rivendichiamo lavoro, futuro, salute. Fuori interessi privati e produttori di rischio dal settore acciaio e dal polo di viale Brin”.

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“Se il gruppo tedesco ha definitivamente rinunciato alla competizione industriale in favore di operazioni finanziarie di corto respiro – rileva invece il coordinamento della provincia di Terni di Italia Viva - come del resto già avvenuto per la divisione elevator, allora tale scelta non potrà costare il lavoro dei 2.300 dipendenti dell’impianto e l’ingloriosa fine di centotrentasei anni di storia. Attraverso i propri rappresentanti nelle Istituzioni, Italia Viva chiederà al Governo ed al Mise il massimo impegno per garantire che la cessione avvenga solo in presenza di un soggetto davvero interessato ad investire in Ast, mantenendone intatta la capacità produttiva, senza scorpori o riduzioni di sorta”.

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