Rabbia Sangemini: “Pessina, se ci sei, batti un colpo”

Presidio dei lavoratori davanti alla fabbrica di acque minerali. I sindacati: basta giocare al gatto col topo. Dieci giorni per decidere il futuro dell’azienda

Un vecchio cartello pubblicitario della Sangemini

A qualche centinaio di passi dalla Sangemini c’è un vecchio cartello pubblicitario. Sbiadito, sfregiato dal tempo, coperto da rovi ed erbacce. Sul piazzale della fabbrica, storica “casa” di una delle acque minerali più famose d’Italia, una paio di camion. Gli operai raccontano che ai tempi d’oro i camion non facevano in tempo ad arrivare, che se ne ripartivano subito stracarichi. Oggi, dicono sottovoce, “abbiamo in magazzino migliaia di bottiglie d’acqua”. Eppure il mercato non è in crisi, ma la Sangemini sì.

Le bandiere dei sindacati – Cgil Cisl e Uil – appese ai cancelli della fabbrica stanno a significare che ricomincia la battaglia. Oggi, alla fine di ogni turno, i lavoratori hanno fatto un’ora di sciopero. “Questa è una vertenza sindacale che ha bisogno di compattezza”, dice Michele Greco, segretario generale della Flai Cgil dell’Umbria, mentre illustra la piattaforma che le organizzazioni di categoria tengono come punto fermo di trattativa. “Quando la proprietà aveva bisogno di noi, sono venuti a cercarci, oggi siamo noi che li chiamiamo al tavolo del confronto. Basta giocare al gatto col topo”.

VIDEO | Assemblea dei lavoratori davanti ai cancelli dell'azienda

E i punti fermi sono pochi, ma chiari. Si parte dalla necessità di un “piano di sviluppo”, dice Simone Dezi (Fai Cisl), un “piano industriale” che è la condizione essenziale per trattare. Su cosa? “L’introduzione di una nuova linea vetro che fornisca prodotti per la ristorazione, un piano di sviluppo sul beverage e non solo sull’acqua minerale, innovazione e ristrutturazione delle linee esistenti”, dice Paolo Sciaboletta (Flai Cgil). “Vedremo le intenzioni della proprietà all’incontro in programma il 19 settembre in Confindustria a Terni”, anticipa Daniele Marcaccioli (Uila-Uil), ricordando ai lavoratori che bisognerà farsi sentire anche in quella occasione. “Pronti a scioperare tutta la giornata”, dice qualcuno. “No, solo otto ore. Ma ci contiamo e verremo a vedere chi non aderisce”, rimbrotta qualcun altro.

VIDEO | Paolo Sciaboletta (Flai Cgil)

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VIDEO | Simone Dezi (Fai Cisl)

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VIDEO | Daniele Marcaccioli (Uila Uil)

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VIDEO | Leonardo Grimani, sindaco di San Gemini

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La rabbia di fronte ai cancelli è palpabile, il tempo scorre veloce perché il futuro di Sangemini si decide nei prossimi dieci giorni. Anche se in parte, il punto di caduta di questa storia cominciata nel 2014, all’indomani del passaggio di proprietà (valore della vendita, 17 milioni di euro) dalla famiglia Rizzo-Bottiglieri alla famiglia Pessina che ha inglobato Sangemini, Amerino, Fabia, Grazia e Aura nell’universo Norda (Acque minerali italiane) con il benestare della Regione Umbria, sembra piuttosto definito.

Nell’accordo successivo alla vendita è scritto l’impegno a portare il gruppo Sangemini a 250 milioni di pezzi venduti in quattro anni. Nel 2017, la vendita si è fermata a quota 150 milioni. Ad oggi, i report dicono 160 milioni. Anche se gli obiettivi 2018 parlavano di 180 milioni di pezzi. “Ma ormai – dicono i lavoratori – non li raggiungeremo perché il periodo forte per la vendita è passato”. L’equilibrio di fabbrica si raggiungerebbe con la vendita di circa 30 milioni di bottiglie di Sangemini. Obiettivo anche questo lontano, visto che nel 2017 i pezzi venduti sono stati poco più di 20 milioni. L’impressione è che l’azienda voglia ridimensionare parte della produzione, concentrandosi solo sul marchio top, ossia Sangemini. Progetto, questo, che comporterebbe una “sfoltita” di almeno 30 unità all’organico con lo strumento della cassa integrazione.

“È ora di sbattere i pugni”, dice Stefano Gregori, assessore al bilancio del Comune di San Gemini, in presidio assieme ai lavoratori anche col sindaco del borgo umbro, e senatore del Pd, Leonardo Grimani. “Perché dare futuro alla Sangemini significa anche dare futuro a questo territorio, alle nostre famiglie e ai nostri figli”. E allora, si sventola lo spettro della concessione. Così come sta accadendo a livello nazionale dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, così nel “piccolo” di San Gemini si può fare con l’azienda nel caso in cui non rispetti gli impegni sottoscritti nel 2014. Chiudendo, letteralmente, i rubinetti della concessione che gli consente di drenare oro blu dal sottosuolo, salvo poi lasciarlo fermo in migliaia di bottiglie stipate nei magazzini.

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Pessina – è il grido del presidio – se ci sei, batti un colpo”. Poi, chi deve torna al lavoro. Gli altri cercano uno spicchio d’ombra per sfogliare un album che ha dell’assurdo. Le immagini del passato riportano una storia fatta di sviluppo e successi. Quelle di oggi sono sbiadite, ingiallite. Quasi senza un futuro.   

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