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Venerdì, 30 Settembre 2022
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“Il poetico ha ucciso la poesia”: parla Daniele Mencarelli, premio San Valentino 2022 per la Letteratura

L’intervista allo scrittore reso celebre da “La casa degli sguardi” che riceverà il riconoscimento assegnato dall’Istess

“Io mi definisco un aspirante credente: quello della ricerca spirituale è un tema presente in modo costante nella mia vita. Questa ricerca per me vale la stressa vita. È il motivo per cui vivo e per cui scrivo”.

Romano, classe 1974, Daniele Mencarelli è lo scrittore del momento. Dopo essersi affermato come uno dei più significativi poeti della scena contemporanea (otto le raccolte pubblicate, a partire dal 2001) nel 2018 ha avuto un folgorante debutto nella narrativa con il romanzo La casa degli sguardi. Il successivo, Tutto chiede salvezza gli è valso nel 2021 la candidatura allo Strega e la vittoria nella sezione giovani e Netflix ne ha tratto una serie televisiva diretta da Francesco Bruni. Sempre tornare è uscito alla fine del 2021 e chiude una trilogia profondamente autobiografica. 

Reduce dal successo dell’incontro all’Officina Pasolini di Roma, sabato 19 febbraio alle 17 al Cenacolo San Marco di Terni riceverà il Premio San Valentino per la letteratura assegnato dall’Istess, l’istituto culturale della Diocesi di Terni, di cui è stato vescovo Valentino, il protettore degli innamorati.

La fede è un tema molto forte in tutta la tua opera, sia poetica che narrativa, ed è un percorso iniziato in un ospedale pediatrico, dove sei arrivato da poeta e sei diventato inserviente.

“Rispetto a questa ricerca spirituale cominciata con la mia nascita, il Bambin Gesù è stato un meraviglioso momento di arrivo che è poi diventato un nuovo punto di partenza per un’ulteriore ricerca; perché io non riesco a vivere la fede come un elemento statico. La fede è un cammino verso quel momento di comunione in cui senti in maniera più consapevole la presenza e la vicinanza del divino”.

La tua prima opera di narrativa è un racconto fantascientifico inserito nel libro Luci di Natale ambientato in futuro in cui la scienza è arrivata a poter assicurare all’uomo l’immortalità.

“In fondo il grande tema della nostra epoca è il dialogo tra la ricerca spirituale, la scienza, l’uomo e la conoscenza, e in quel racconto distopico si arriva un po’ alla provocazione ultima, che poi forse non è così lontana. L’umanità, sotto il profilo tecnologico, ha vissuto un progresso straordinario, ma riguardo ai temi dell’esistenza non siamo diversi dai nostri predecessori che vivevano nelle grotte; allora osservando questa parabola non è avventato dire che l’uomo sconfiggerà la morte ma senza riuscire a dare risposte al mistero che sta dentro alla nostra esistenza”.

Hai avuto una vita molto travagliata, eppure hai sempre rifiutato la cultura del vittimismo, che oggi sembra imperante nella nostra società. Tendiamo sempre ad assolverci non assumendoci la responsabilità delle nostre azioni e delle nostre scelte. 

“Viviamo in una sorta di ‘bulimia da giudizio’. Tutto ciò che facciamo lo contestualizziamo, lo radichiamo all’interno del nostro habitat: non possiamo però pensare di essere elementi in purezza che vengono sempre corrotti dagli altri. Nei miei romanzi la figura dell’antagonista non c’è mai: il cattivo della situazione è sempre il protagonista, proprio per ricollocare al centro dell’individuo quella carica di negatività che porta lui nella vita degli altri, e non quella che gli altri portano nella sua vita. Questo dover scaricare sempre la colpa sul contesto, sugli altri, sulla famiglia, sulla società, è una cosa che mi infastidisce molto, perché la grande rivoluzione del cristianesimo è l’idea che il mondo si cambia cambiando noi stessi. Pensate all’uomo che 2000 anni fa si è permesso di dire: ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’”.

I tuoi romanzi sono tutti autobiografici, ma raccontano la tua vita a ritroso.

“Ho voluto intenzionalmente costruire questa trilogia biografica partendo dalla fine: La casa degli sguardi è ambientata nel 1999, Tutto chiede salvezza nel 1995 e Sempre tornare nel 1991, quando avevo diciassette anni”.

Si tratta di un romanzo “on the road”. 

“Il giovane protagonista, alla sua prima vacanza senza i genitori, manda al diavolo i due amici con cui è partito verso la riviera romagnola e l’indomani mattina del veglione di ferragosto in una delle grandi discoteche di Misano Adriatico decide di stare da solo. Il romanzo racconta il ritorno a casa: due settimane in cui il protagonista, armato di un’enorme valigia, attraversa tutto il centro Italia partendo dalla Romagna e passando per le Marche e l’Umbria, imparando l’arte dell’incontro”.

Nella narrativa sei partito dal futuro profondo e sei arrivato alla tua adolescenza. 

“La realtà è maestra di vita e di scrittura, per questo quando mi sono allontanato dall’autobiografia ho scelto il genere distopico, che non è altro che la scommessa su una realtà parallela”.

La tua è una scrittura sorprendentemente sobria per un poeta, considerando anche quanto la maggior parte degli scrittori tenti di scrivere in modo poetico.

“Quando mi sono cimentato con la narrativa il pericolo che ho cercato di scampare con più terrore era quello di scrivere un romanzo poetico. Il poetico ha ammazzato la poesia: esiste la poesia, che è quasi sempre violenta, frontale, nuda, spoglia e disadorna, anche quando è un ricamo assolutamente perfetto, ed esiste il poetico, che è l’aggettivazione della poesia: quel sentimentalismo strisciante che è quanto di più lontano dal fare scrittura poetica vera”.

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